Politica internazionale

L’Europa  di fronte alle  “sfide epocali”

È arrivato il momento per l’Europa di rispondere alla chiamata della storia, ha detto con enfasi la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, concludendo il suo discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato ieri in Assemblea plenaria al Parlamento di Strasburgo. Ma quella retorica delle scelte epocali che dovrebbe alimentare le emozioni positive, senza le quali non è sufficiente neppure l’ottimismo della volontà, sembra destinata a non riscaldare i cuori di molti cittadini. Ed è paradossale, perché importantissime decisioni politiche sono già sul tavolo e altre si stagliano all’orizzonte.

La guerra in Ucraina, la crisi climatica, le disuguaglianze economiche, le migrazioni, la concorrenza su vari piani di Paesi extra Ue ci mettono di fronte a sfide non comuni, che richiedono un’azione coordinata ed efficace. Qualcosa che i singoli Stati non sono obiettivamente nella condizione di fare.« I cittadini europei vogliono un’Unione che li difenda in un momento di grande competizione di potere. Ma anche qualcuno che li protegge e sta loro vicino, come partner e alleato nelle loro battaglie quotidiane. E ascolteremo la loro voce», ha sottolineato von der Leyen. Il punto è che le voci sulle istituzioni Ue e sulla loro azione sono discordanti. E ci pongono interrogativi che vanno al di là delle singole questioni sul tappeto. Molto si sintetizza in una domanda che si fa più pressante all’avvicinarsi del rinnovo del Parlamento e della Commissione, con il voto della prossima primavera. Perché le forze genericamente euroscettiche vanno acquistando più credito e sostegno?

La grande rivoluzione dei Trattati di Roma e di molto del cammino che ne è seguito fu una modifica delle relazioni all’interno dello spazio delimitato dai Paesi aderenti, uno spazio che si è andato allargando e ora si vuole presto esteso ai Balcani occidentali e all’Ucraina. Il contesto esterno era considerato stabile e sostanzialmente ininfluente – e anche questo costituiva un paradosso nell’era della Guerra fredda e della Cortina di ferro che tagliava il Continente – rispetto alle dinamiche interne degli Stati membri.

Lo spazio comune europeo era per la prima volta garanzia di pace e promessa di prosperità. Entrambe le condizioni si sono avverate all’ampliarsi dei confini dell’Unione all’alba di quella che venne considerata la “fine della storia” con la caduta dei regimi comunisti e la dissoluzione dell’Urss. In realtà, la storia non era arrivata al capolinea. Tuttavia, è certamente cambiata. Ciò che avviene all’esterno del Vecchio Continente ora agisce più direttamente e rapidamente nella vita di ciascuno.

E il tipo di risposta che possiamo avere davanti a questo scenario è provare a governare i fenomeni che hanno forte impatto sulle nostre esistenze o tentare semplicemente di proteggerci. La prima via è, per esempio, quella adottata dall’Europa intesa come entità politica comune nel caso virtuoso del contrasto alla pandemia da Covid-19, con una strategia sanitaria condivisa e un piano di ripresa economica a seguire.

La vicenda  dei migranti ad esempio è un fallimento dovuto proprio al prevalere del secondo atteggiamento adottato dai governi nazionali: limitare quanto più possibile l’accoglienza nei propri confini (ancora una volta, per evitare semplificazioni, va precisato che chi arriva in Europa è accolto mediamente in condizioni migliori rispetto a qualunque altra parte del mondo). Uno dei banchi di prova più difficili è attualmente quello legato al riscaldamento e all’ambiente. Il “piano verde” della Ue è troppo restrittivo e penalizzante per i consumatori? Lo pensa chi vuole meno vincoli e libertà, per i Paesi membri, di adottare politiche autonome. Per loro, Bruxelles rappresenta la volontà di imporre una visione elitaria e lontana dalle sensibilità diffuse.

Ma se lasciassimo le cose come stanno, vedremmo sorgere un movimento critico sul versante opposto, secondo il quale non possiamo tradire i nostri figli e i nostri nipoti, ai quali consegneremmo letteralmente un deserto inabitabile. E le vie di mezzo, si sa, risultano spesso insipide e inutili. La verità, forse, è che a volte bisogna proteggersi (dalla concorrenza sleale cinese, ha annunciato von der Leyen, tardivamente ribattono i suoi detrattori) e a volte si deve tentare di governare (l’intelligenza artificiale, la cui diffusione non si può arrestare ma deve essere regolata).

Nel delicato rapporto tra Stati e istituzioni europee cui sono delegate decisioni e legislazioni le strade per superare le debolezze attuali dell’Europa (in parte oggettive e in parte solo nell’occhio dei suoi cittadini insoddisfatti) si intravedono solo in un equilibrio tra l’inevitabile apertura globale e la considerazione di istanze locali che non siano solo rigurgiti di paura ed egoismi. Nella tutela dei diritti, della democrazia, dell’accoglienza, dei valori della persona e delle culture che hanno forgiato questa idea di Europa c’è la possibilità di convincere tutti gli abitanti del Continente a continuare un cammino non privo di ostacoli ma in definitiva vincente. Ai leader nazionali e aspiranti guide della Ue (von der Leyen compresa) il compito di prospettare con onestà ciò che è fattibile e ciò che davvero beneficerà i propri elettori, senza ciniche derive sovraniste. Certo, una piccola patria può suscitare più entusiasmi di un’Unione di 30 e più Stati.

Ma è difficile dimostrare che l’Europa di oggi, con tutti i suoi difetti, non sia il miglior esperimento politico, economico e sociale sul quale continuare a investire.

Marcario Giacomo

Editorialista de Il Corriere Nazionale

http://www.corrierenazionale.net

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