Politica internazionale

9 maggio Giornata dell’Europa: dalla costruzione alla difesa della pace

Markus Krienke

Oggi festeggiamo il più importante progetto di pace che il nostro continente abbia mai visto: nel suo famoso discorso nel Salon de l’Horloge del Quai d’Orsay a Parigi, il Ministro degli esteri Robert Schuman ha dichiarato il 9 maggio 1950 che «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano». La minaccia certamente era quella della guerra in Europa, alla quale, durante i secoli, prima la religione e poi lo Stato nazione hanno dato motivo. È stata invece la democratizzazione dei popoli europei, insieme alla costruzione dell’Europa basata sull’idea del diritto e della solidarietà, ad aver creato quella giustizia istituzionale che è il presupposto stabile di una pace storicamente insperata nel nostro continente. Tale costruzione politica ha retto fino ad oggi, perlopiù in una situazione chiamata guerra (fredda), ed è chiamata a mantenere la sua promessa nei confronti di una nuova guerra sul suo suolo, quella in Ucraina, e la sfida dell’ordine politico internazionale che emergerà di seguito.

Proprio nel giorno in cui ricordiamo per la 73ma volta il discorso di Schuman, siamo in attesa della controffensiva ucraina. Anche dalla sua riuscita come dall’andamento futuro della guerra dipenderà se il progetto europeo saprà affermarsi sullo scenario geopolitico anche in futuro. Molti forse non ne sono consapevoli, perché hanno dimenticato che l’Unione Europea è, sin dall’inizio, la realizzazione dell’unico modo di garantire – per usare l’espressione di Kant – una “pace perpetua”: creare un livello sovrannazionale di istituzioni – dal Parlamento alla Commissione, dalla Corte di giustizia ai vari trattati – che sono «realizzazioni concrete che creano anzitutto una solidarietà di fatto» (Dichiarazione Schuman). Queste istituzioni sono state fondate con il primo grande progetto europeo, proposto appunto dalla Dichiarazione Schuman ossia la “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” (CECA), che doveva trovare seguito con la “Comunità europea di difesa” (CED) – proprio un progetto riproposto da Macron ancora prima dell’invasione russa in Ucraina.

Al di là dei “se” e “ma” di una mancata o futura realizzazione di una politica estera e di difesa comune dell’Unione, l’Europa affronta oggi – per la prima volta in modo consapevole – l’esigenza di dover difendere, dopo aver creato la “pace giusta” attraverso la democrazia, il libero mercato, e le istituzioni comunitarie. Spesso si sorvola, infatti, sul fatto che abbiamo a che fare con un attacco non soltanto all’Ucraina ma alla società libera e aperta: in questo senso, il 24 febbraio 2022 segna uno spartiacque irreversibile nell’ordine internazionale. In attesa che cosa succederà in futuro intorno a Taiwan e il Medio Oriente, si può senz’altro costatare che è finita la cosiddetta “era della convergenza” tra democrazie e sistemi autoritari, e che i nuovi scenari esporranno le democrazie occidentali a necessità di cui non erano più abituate.

Specialmente negli ultimi mesi si è dovuto capire che purtroppo le vie diplomatiche durante una guerra in atto sono limitate e la disponibilità dell’Occidente ad aiutare militarmente l’Ucraina dovrà essere sostenuta ancora a lungo, proprio perché – e su questo pare siano d’accordo tutti – la guerra non finirà a breve. Ma ciò non deve far tornare la retorica della “guerra giusta”, eccetto per il diritto di autodifesa sancito in tutti i trattati internazionali. Sarebbe una ricaduta dietro a ciò che l’Unione Europea ha acquisito: proprio per mantenere questo grande acquisto politico, dobbiamo intensificare il nostro impegno culturale per la libertà e la solidarietà europee, dato che le società aperte nel mondo si trovano sempre più sotto la pressione delle “nuove ombre” come lo stessa Papa Francesco analizza in modo preoccupato nell’enciclica Fratelli tutti. Parlare di “pace giusta”, infatti, non significa pacifismo a ogni prezzo, ma faticosa realizzazione della giustizia sociale e difesa – come “ultima ratio” anche militarmente – della libertà.

Proprio il trinomio tra libertà politica, giustizia sociale e pace è stato individuato, non a caso, nel 1948 da Alcide De Gasperi come responsabilità dell’Unione Europea dopo la Seconda Guerra mondiale, con parole che potrebbero essere espresse nei nostri giorni: «Il mondo oggi è in ansia, perché avverte che libertà e giustizia sociale si difendono e si raggiungono solo in un clima di sicurezza e di pace».

Quello che il 9 maggio 2023 ci insegna, è quindi di «imparare a praticare una forma di “ecologia della libertà”, riconoscendo che la libertà ha un costo», come sostiene Vittorio Emanuele Parsi nel suo ultimo libro “Il posto della guerra e il costo della libertà”, presentato ieri sera all’associazione “Lodi Liberale” da Lorenzo Maggi, insieme al già ministro della difesa Lorenzo Guarini. Dalle riflessioni di questo dibattito sono nate le considerazioni del presente contributo.

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