Opinioni

Tempus fugit…

Editoriale a cura del Co- Direttore Daniela Piesco

All’approssimarsi del 31 dicembre di ogni anno è ormai prassi consolidata fare una sintesi di quanto accaduto nel corso dei dodici mesi precedenti proprio
perché il Capodanno è un mezzo simbolico con cui “resettiamo” e diamo una struttura al tempo.

Ma qual è oggi il nostro rapporto col tempo?

Pare che non percepiamo il tempo come uno strumento, ma come un limite: il tempo che non basta, che non resta, che ci assilla.

Viviamo in una società basata sul tempo, su scadenze da rispettare, dal ritmo frenetico, scandito da continue sveglie per rispettare la tabella di marcia

Il tempo accelerato in cui ci costringiamo a vivere è sempre più lontano e scollegato non solo dal tempo e dai ritmi della natura, ma anche dai tempi necessari alla nostra mente. Un’accelerazione che è alla base di una buona parte della sofferenza sociale e psicologica.

Con quale desiderio Lei entra nell’anno nuovo?» Con il desiderio di essere risparmiato da domande del genere” (Karl Kraus).

Ciò premesso c’è da dire che si conclude un anno pesante, oppresso da una pandemia e da una guerra che non danno segni di voler esaurirsi.

Due tragedie che hanno soffocato l’eterna speranza di un’era migliore per l’intera umanità.

In un breve periodo stiamo facendo l’esperienza di adattamento ad una pluralità di minacce che mettono in discussione la vita degli umani sul pianeta, dalla pandemia alla guerra , alla minaccia forse più grave che incombe sullo sfondo: gli sconvolgimenti attesi dal cambiamento climatico.

Sia la pandemia da COVID-19 che  il conflitto armato in Ucraina vengono descritti come “guerre” del genere umano contro due temibili nemici: ma c’è stata la stessa “corsa agli armamenti” in entrambe le guerre?

Non mi risulta.

Per il primo nemico (che, a tutt’oggi, ha prodotto un numero spropositato di morti) non c’è stata la stessa mobilitazione economica che si registra , invece, per il secondo nemico.

Nel nostro Paese, ad esempio, che non risparmia ingenti invii di armi in Ucraina, si fa fatica a firmare un rinnovo contrattuale per gli operatori del Comparto Sanità (fermo da 4 anni) che ha un controvalore di 4 aerei da combattimento F-35.

La recente crisi pandemica, insomma, ha messo in luce e scosso il nostro concetto di sicurezza. Così come ce l’hanno scosso, per carità, anche i signori Putin e Zelensky ma abbiamo reagito in due modi diversi: verso il virus con sufficienza e verso i belligeranti con una rincorsa al riarmo.

Ormai lo sanno anche i muri: il mondo deve prepararsi anche verso altre pandemie, in parte facilitate dai cambiamenti climatici e dalla globalizzazione, oltre che verso alcune malattie croniche aumentate con l’aumentare dell’aspettativa di vita (guerre permettendo) e abbiamo bisogno di più infermieri, medici, ambulanze e ospedali.

Non v’è dubbio che abbiamo meno bisogno di soldati, armi, muri e guerre

La partita che si sta giocando in Ucraina è quella per il controllo del mondo. Con la guerra Putin vuole imporre la sua visione egemonica imperiale. Ma la guerra è anche l’occasione d’oro che gli Stati Uniti stanno utilizzando per cercare di mettere all’angolo l’avversario russo e tentare di riconquistare quel dominio globale che negli ultimi due decenni è apparso venir meno.

La guerra, inoltre, è anche una manna dal cielo per le lobby delle armi, un motivo formidabile per giustificare ed espandere l’enorme spesa per gli apparati militari e gli armamenti.

Quindi, prima di schierarci come allo stadio, a fare il tifo per una parte o per l’altra, chiediamoci: può esistere una terza via?

Le altre minacce di origine ambientale, le pandemie, gli sconvolgimenti climatici attesi sono sfide in cui si affrontano fenomeni che richiedono solidarietà e azioni comuni che dovrebbero portare gli umani alla cooperazione per affrontarli. Ma questo non viene reso possibile, è la guerra che ricompare con gli scenari di crudeltà gratuite e di sfrenate violenze.

Quello che vediamo in queste ore è barbarie, è regressione a forme primitive e violente di disorganizzazione della società. La guerra è la rappresentazione dei demoni che convivono da sempre nelle profondità della psiche di noi umani.

In altri termini pandemia e guerra non sono piovute del Cielo come punizione, né sono frutto di chissà quale alchimia sociale e politica, sono solo il frutto delle nostre scelte personali, sociali e politiche. Ma sono, al tempo stesso, anche un monito a “rifare” scelte autentiche, secondo giustizia e pace.

Albert Camus ha scritto ne La peste: “Lo stesso flagello che vi martirizza, vi eleva e vi mostra la via…”.

Sono quindi dell’ idea che per tutto questo è fondamentale la cooperazione internazionale, ripartendo dal ‘nessuno si salva da solo’

Il problema degli altri dovrebbe essere anche il nostro, e la cooperazione globale è inevitabile per affrontare molte altre sfide che ci attendono. .

La cooperazione internazionale durante la pandemia ha avuto effetti positivi, poiché proprio grazie al lavoro di rete della comunità scientifica è stato possibile realizzare un vaccino in meno di un anno, ma quando questa è mancata abbiamo visto quanto tutto diventi più difficile.

E dunque è più importante garantire la cooperazione internazionale all’interno della comunità scientifica o mandare un messaggio forte alla leadership russa in termini politici?

È sicuramente un argomento su cui riflettere, ma agire tutti insieme è fondamentale per tanti fattori correlati alla guerra, ad esempio il già citato cambiamento climatico.

Questa guerra potrebbe essere la causa della chiusura della finestra che si ha per agire sul cambiamento climatico, che sta correndo veloce, e gli impatti sono peggiori del previsto.

È una sfida che andrebbe risolta tutti insieme.

Non si può continuare ad affrontare le questioni a valle, quando avremmo potuto affrontarle a monte.

Del resto chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte.(Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore)

Non posso non riflettere anche sul tema della l’informazione che si è trasformata in propaganda bellica, alimentando un clima di odio che si è scagliato come tutti ricorderete nei confronti della cultura russa tout court , dal quale è stato incredibilmente travolto perfino Dostoevskij, non al bar ma in una prestigiosa istituzione universitaria,e di accusa di fraternizzazione con il nemico per chi dissente da queste scelte e prova ad articolare un ragionamento un po’ meno banale e più aderente al mandato costituzionale

Si tratta della violenza culturale che dispiega tutto il suo potenziale di supporto e legittimazione della guerra e delle armi come unica strategia possibile di fronte ad una aggressione militare, senza averne mai costruito alternative possibili e credibili, proposte per tempo dai movimenti per il disarmo e la nonviolenza.

È l’uomo col martello che vede tutto il mondo come un chiodo e agisce ottusamente di conseguenza

Allora, contemporaneamente all’impegno prioritario per il cessate il fuoco in Ucraina e alla solidarietà con le vittime, è necessario impegnarsi anche per arginare il bombardamento bellico delle nostre menti e svelare la banalità del male della guerra, attraverso un rinnovato impegno culturale ed educativo volto a disarmare il pensiero, che rimetta al centro dell’attenzione e del discorso pubblico sia importanti consapevolezze oggi colpevolmente rimosse sia la decostruzione delle fallacie di una ragione che, indossando l’elmetto, rinuncia all’esercizio critico.

Dunque, quali sono le alternative?

Ormai solo l’educazione ci può salvare ..

Il potere di uno Stato non consiste, ai giorni nostri, nel territorio di cui dispone, né nel grado di autorità di chi lo governa, bensì nelle connessioni di cui dispone. Alla verticale del potere va sostituendosi, inesorabilmente, l’orizzontalità della sua rete di rapporti con il mondo circostante. Non più, peraltro, in termini di alleanze militari, bensì di partenariati collaborativi.

Non si può governare con successo un Paese, sempre rincorrendo gli avvenimenti: un bravo amministratore deve sapere analizzare la realtà e anticiparli, almeno per quanto umanamente possibile.

L’ultimo dell’anno in realtà un suo valore intrinseco importante lo possiede: questa forma apotropaica di salutare il tempo trascorso e oramai irrecuperabile, è l’occasione per riflettere su quanto fatto e quanto ancora da mettere in cantiere.

Nel bene e nel male un anno che termina è una parte della nostra vita che non potremo più riavere.

Tempus fugit…

Nel frattempo auguro a voi e alle vostre famiglie di iniziare questo 2023 con grinta ed entusiasmo.

Daniela Piesco

Redazione Corriere Nazionale 

Redazione Stampa Parlamento 

pH Fernando Oliva

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