Opinioni

Cosa succederà quando si spegneranno i riflettori su Qatar 2022?

Editoriale del Co-direttore Daniela Piesco 

Cosa succederà il 19 dicembre, il giorno dopo la finale, quando si spegneranno i riflettori su Qatar 2022?

Sinceramente, senza la pressione mediatica dovuta al Mondiale, non credo vedremo miglioramenti nei diritti umani. Il Qatar è una monarchia assoluta retta da una famiglia reale potentissima, che fa affidamento su una ristretta élite di cittadini privilegiati, mentre il resto della popolazione è basato principalmente da immigrati senza alcun diritto.

I cambiamenti avvengono solo se lo decide l’emiro, non c’è possibilità che arrivino dal basso.

Il Mondiale darà al Qatar importanti contatti economici e strategici internazionali (l’aspetto militare, di cui è parlato troppo poco, è importantissimo per un piccolo paese circondato da nazioni ostili), rendendolo ancora più potente e influente.

Penso che uno dei grandi obiettivi del governo sia di trasformare Doha in qualcosa di simile a un meta turistica come la vicina Dubai.

Dal punto di vista del calcio, spero che questa esperienza ci convinca tutti della necessità di una maggiore sensibilizzazione sociale di questo sport, e che si possa agire per tempo per bloccare il prossimo Mondiale in Qatar. Ad esempio, tra qualche mese si dovrà rinnovare l’accordo per la Supercoppa italiana in Arabia Saudita: sarebbe il caso di fare pressioni sulla Serie A e la FIGC per portare il torneo in un paese che non sia una spietata dittatura sanguinaria.

Anche se il passato ci ha insegna che si può scegliere di non partecipare a importanti manifestazioni sportive per ragioni politiche,penso alle olimpiadi durante la guerra fredda, ad esempio,per questo mondiale invece la possibilità di boicottaggio non è mai stata presa in considerazione.

La ragione è semplice

Non c’è più la guerra fredda. Gli Stati Uniti che disertarono Mosca 1980 lo fecero con una decisione politica calata dall’alto sugli atleti, in un clima generale che vedeva i due paesi ideologicamente all’opposto. Oggi questa spaccatura non esiste più, anzi il Qatar è molto vicino ai paesi occidentali, almeno a livello economico.

La responsabilità del boicottaggio è quindi ricaduta sugli atleti, cioè su persone che non hanno avuto alcun ruolo nell’assegnazione di questo torneo

I calciatori si preparano per quattro anni per partecipare a questo torneo, per alcuni di loro questa é l’unica occasione della carriera: sarebbe ingiusto pretendere da loro di non andare.

Soprattutto quando i politici e i media hanno fatto così poco per opporsi a questo Mondiale.

Che peso avrebbe avuto la decisione di un importante network televisivo o di streaming di non trasmettere le partite?

Penso molto maggiore di un calciatore che decideva di restare a casa.

“Chi viene nel nostro Paese deve rispettare le nostre regole”

Questo vale per il Qatar come per ogni Stato al mondo, a prescindere dal fatto che le sue norme siano da considerare buone o cattive, giuste o sbagliate. Nessuno ha imposto di organizzare un mondiale in Qatar e farlo vuol dire accettare le sue regole. E qui si arriva al punto, perché lascia interdetti il fatto che alla Fifa vada bene tutto questo e abbia deciso di assegnare il mondiale a questo Paese.

Che la massima organizzazione calcistica, che predica valori di uguaglianza, rispetto, inclusione sia dentro che fuori dal campo, abbia scelto un Paese in cui accenni di democrazia sono ancora sporadici per ospitare il suo evento più importante è decisamente contraddittorio.

Dove sono quei valori, se poi per costruire i grandi stadi per il mondiale vengono lasciati morire più di 6000 lavoratori, mentre innumerevoli altri sono stati costretti a chissà quali condizioni di lavoro?

Per non parlare delle donne: dopo anni di sviluppo del calcio femminile e di lotta per la parità con gli uomini ecco che la Fifa manda tutti a giocare in un Paese in cui, fino a non molto tempo fa, le donne negli stadi non potevano mettere piede.

La partita per difendere questi valori è già stata giocata e persa, con la Fifa che non solo non è scesa in campo, ma si è schierata con gli avversari sacrificando la battaglia per i diritti umani sull’altare del denaro.

Eh già il danaro dietro il Qatar gate..

È stato ribattezzato “Qatar gate” lo scandalo che si è abbattuto sul Parlamento europeo, quello che potrebbe diventare il più grande caso di corruzione della storia dell’istituzione (anche se al momento la corruzione è solo presunta).

Quattro italiani legati al gruppo Socialisti & Democratici (quello del Pd) e a due ong sono stati arrestati con l’accusa di associazione a delinquere, riciclaggio di denaro e corruzione assieme alla vicepresidente Eva Kaili. Secondo la Procura avrebbero ricevuto “importanti regali” dal Qatar per riservare un trattamento di favore al Paese che ospita i Mondiali di calcio.

Le ipotesi accusatorie sono di associazione a delinquere, riciclaggio di denaro e corruzione da parte di uno Stato del Golfo. Il nome non è stato fatto esplicitamente dai magistrati, ma la stampa locale ha individuato nel Qatar il Paese in questione: l’obiettivo sarebbe stato quello di “influenzare decisioni economiche e politiche del Parlamento europeo” attraverso “grandi somme di denaro” e “importanti regali a parti terze con un ruolo politico e/o una posizione strategica dentro il Parlamento europeo”.

Per gli inquirenti l’Emirato voleva ammorbidire le critiche Ue ai mondiali…

Ma non si pagano milioni di euro per una dichiarazione a favore. Il Qatar aveva bisogno di qualcosa di più sostanziale in cambio.

In attesa degli sviluppi delle indagini dalla procura belga bisogna seguire la pista dei soldi del Qatar gate, perché può portare a disegni assai diversi da quelli immaginati nelle prime ore dello scandalo. E anche rendere inutili molte autodifese di parlamentari europei.

In questa sede basta solo dire che le attività di lobby di molti paesi del Golfo sono rivolte non solo a favorire il proprio paese, ma soprattutto a danneggiare quelli rivali, nemici o avversari. Per questo scopo si spendono anche milioni di euro. Nel caso del Qatar si sarebbe disposti a finanziare qualsiasi campagna- secondo gli esperti del Golfo- per danneggiare la reputazione di Emirati Arabi Uniti, Bahrein o Arabia Saudita.

Ma la reazione della Von der Leyen e delle istituzioni in tutto questo?

Fragile ,molto fragile.

Chi prende in nero milioni di euro sfugge a qualsiasi controllo. E certo non dichiarerà mai in un apposito ‘registro trasparenza’ la tangente intascata.

Daniela Piesco

Redazione Stampa Parlamento

Redazione Corriere Nazionale 

pH Paolo Barbera 

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