Interviste & Opinioni

La democrazia è pluralismo, libertà, confronto e rispetto per il pensiero degli altri

La radicalizzazione delle posizioni sta creando seri problemi politici in America e Biden non è stato informato che le leggi si rispettano. 

L’America il Paese che oggi più di ieri può permettersi di stilare le classifiche delle Nazioni del globo che si basano su costituzioni democratiche e che garantiscono  il rispetto della libertà e dei  diritti fondamentali di ogni essere umano  sta da qualche tempo precipitando in una fase preoccupante di conflittualità ideologica non incanalata, di turbolenza sociale e di instabilità istituzionale. L’America spesso presa a modello non ha una storia tranquilla e lineare. Ha fatto una guerra cruenta e sanguinaria con centinaia di migliaia di vittime quando si è trattato di abolire la schiavitù, ha visto presidenti assassinati, movimenti nonviolenti sui diritti civili contrastati con la forza e maccartismo persecutorio contro idee sgradite, ribellione contro un conflitto (quello del Vietnam) e cambi radicali negli orientamenti elettorali.

Ma oggi la polarizzazione fra i due partiti maggiori quello democratico e quello repubblicano ha raggiunto picchi rari, travolgendo le regole che hanno finora garantito ordinate transizioni che rispecchiavano le maggioranze via via emerse nella nazione. Il pronunciamento della Corte Suprema che qualche giorno fa ha ribaltato la sentenza Roe vs. Wade del 1973 ha nel giro di pochi giorni  creato  una valanga di problemi con proteste e nuove proposte legislative di cui si stenta anche solo a immaginare le proporzioni.

Rimandare ai singoli Stati la legislazione completa sull’aborto può essere letto come il riconoscimento di una maggiore tutela della vita nascente. Ma quello che riteniamo sia giusto  sottolineare sono le conseguenze a cascata di un verdetto propiziato dalla nuova composizione della più alta magistratura americana. L’interruzione di gravidanza è un tema che da decenni è tra i più sentiti politicamente. Il posizionamento sull’aborto era l’elemento che meglio permetteva di collocare i votanti nelle ultime presidenziali. Pro-choice (libera scelta) per i democratici, pro-life (divieto in varia misura) per i repubblicani.

Dove e come sia nata questa nasca linea di faglia è difficile dirlo in sintesi. Essa ha comunque portato con sé, creando uno spartiacque, le altre questioni più controverse e divisive: le armi, la pena di morte, l’immigrazione, i diritti delle minoranze, il livello della tassazione e il ruolo dello Stato nel welfare. Quello che sta avvenendo e che avverrà nei singoli Stati è che i Parlamenti, secondo la maggioranza prevalente, legifereranno in un senso o nell’altro. In base ai ricorsi, i giudici di diverso grado potranno bloccare la normativa o ripristinarla, fino ad arrivare alle Corti Supreme locali. Ma ogni quattro anni le composizioni delle Camere facilmente muteranno in reazione alla legislatura precedente, avviando una guerriglia giudiziaria speculare. Si stabilizzerà un’opinione pubblica nazionale? Non certo a breve termine.

La Corte Suprema federale sbilanciata sulle posizioni dei repubblicani ha già mostrato di inclinare verso quella galassia valoriale, bocciando (in via preliminare) una limitazione alle armi e ribaltando una sentenza che in Louisiana aveva fermato la riforma dei collegi elettorali perché sospettata di distorsioni razziali a favore dei bianchi (in buona misura sostenitori del Partito repubblicano). Proprio ieri ha poi picconato anche le competenze dell’Agenzia per l’ambiente, limitandone la possibilità di imporre la riduzione di emissioni clima-alteranti alle centrali, in accoglimento del ricorso di alcuni Stati e di aziende che usano carbone per produrre energia.

Di fronte al pronunciamento sull’aborto dei nove giudici nominati a vita (cui si unisce da oggi la prima donna nera), lo stesso presidente Joe Biden ha usato espressioni che non contribuiscono al rispetto dei ruoli istituzionali, andando apertamente contro il principio che le sentenze si rispettano. Non solo mancanza di galateo istituzionale, ma sostanziale delegittimazione della Corte, bollata come organismo politico e non più di garanzia. Nelle stesse ore, sta emergendo l’estensione e la profondità del progetto che stava dietro l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. L’allora presidente Donald Trump con il suo entourage allargato ha cercato in tutti i modi e falsamente di dimostrare inesistenti brogli nella vittoria del candidato democratico nel novembre 2020. Tentativi di premere sui funzionari per avere prove artefatte e poi sui testimoni del complotto messo in atto contro i princìpi basilari della Costituzione sono squadernati nelle audizioni della speciale Commissione sotto gli occhi dell’America che scende in piazza pro o contro l’aborto.

Trump non nasconde l’ambizione di ricandidarsi nel 2024 e il suo partito non sembra avere la forza di fermarlo. In un quadro internazionale estremamente complicato, in cui le autocrazie – trovando inopinate sponde nel fronte opposto – tentano di guadagnare terreno con la guerra (in diversi modi condotta e accettata) o con la competizione e penetrazione economica senza regole, le convulsioni della democrazia americana sono a dir poco allarmanti. Se crolla la fiducia nei meccanismi rappresentativi, nelle regole procedurali condivise e nelle istituzioni in sé, allora è difficile frenare una deriva populista e illiberale, alimentata anche dalla prevalenza degli aspetti emotivi e poco riflessivi (non ultimo il rifiuto della scienza) tipici dell’era dei social media.

La storia degli Stati Uniti mostra che fratture e fibrillazioni sono state spesso superate con una nuova sintesi, e non si deve quindi cedere al pessimismo pregiudiziale. Ma serve vigilare con attenzione su questo caso serio d’America, anche perché il contagio non si estenda ad altre democrazie.

Giacomo Marcario

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