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Cultura

La straordinaria attualità dell’enciclica “Pacem in Terriis” di Papa Giovanni XXIII°

Papa Francesco dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro con voce flebile e stanca nella giornata della Santa Pasqua ci ha fatto dono della sua benedizione “Urbi et Orbi” a “Roma ed a tutto il mondo”. Il  messaggio pasquale del Papa è stato particolarmente accorato, un commovente invito a farsi promotori e  portatori di Pace in tutto il mondo , in tutte le Nazioni (e sono tante quelle in cui ci sono  guerre e focolai di guerre interne o con nazioni limitrofe; conflitti che durano  da anni, conflitti etnici, di potere che tengono lontana la Pace e nel contempo producono danni alla salubrità delle persone , al loro bisogno di sentirsi persone libere in quanto cittadini del mondo, La pace cristiana, nella sua dinamica, è una lotta continua: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10,34).

Queste parole del Cristo solo apparentemente sembrano contraddire la predilezione esclusiva per la pace, perché per la pace si deve combattere, si deve lottare con la spada della giustizia. Volere la pace vuol dire paradossalmente assumere posizione di lotta tra le parti che si contendono il potere del mondo. Non si può ottenere pace se non lottando. Non si può invocare pace sorvolando sull’ingiustizia che è foriera di lotte e discordie, di rivendicazione di diritti negati e di soprusi perpetrati con la forza di leggi umane inique e di armi di distruzione e di soggezione. Né si può operare la giustizia senza la pacificazione che solo l’equilibrio della bilancia dei diritti universali può ratificare. Oggi viene chiesto a noi cristiani, che ci riteniamo portatori di un antichissimo messaggio di pace, in che senso questa piccola parola può modificare la vita dell’umanità per rendere giustizia all’opera della creazione e rendere vero il messaggio di pacificazione e di fratellanza universale di cui parla la nostra Scrittura.

Lo spirito cristiano è quello della compassione, della responsabilità e dell’impegno. Non può rimanere indifferente alla sofferenza, all’ingiustizia, all’errore, alla falsità. A fronte di una politica internazionale basata sulla deterrenza nucleare e sull’imminente possibilità del suicidio globale, nessun cristiano può restare indifferente, nessun cristiano può permettersi una pura accondiscendenza inerte e passiva alle formule convenzionali di cui lo nutrono i mass media». In questa straordinaria invocazione di Pace ( che “ci riguarda tutti ed ognuno di noi in prima persona” dice Papa Francesco) la Chiesa cattolica dovrebbe fare memoria della Pacem in terris, insieme a uomini e donne di buona volontà di tutto il mondo.

L’Enciclica costituisce uno dei primi tentativi nell’evo contemporaneo di ripristino dei contenuti del Vangelo sine glossa, per dirla con san Francesco d’Assisi. Pubblicata in occasione della Pasqua l’11 aprile del 1963 può essere anche considerata il testamento spirituale di papa Giovanni XXIII° e denota una grande attenzione alla gente e ai “segni dei tempi”. Per il papa il termine evangelico “segni dei tempi” stava a significare le situazioni concrete, l’attenzione alla cultura corrente, il modo di pensare e di vivere della gente comune. Ad esempio la promozione della donna, la maturazione sociale e politica del mondo del lavoro, l’indipendenza dei popoli in un tempo in cui si stava esaurendo il colonialismo politico. In questa cornice il papa ridisegnò il problema della pace nel mondo. Importanti e innovative furono le distinzioni tra grandi ideologie e movimenti storici, tra errore ed errante, ma soprattutto la Pacem in terris ci ha aiutato a capire che cosa è la guerra e che cosa è la pace vera.

La pace non è solo il tacere delle armi ma si fonda su quattro grandi pilastri: la verità, la giustizia, l’amore (solidarietà), la libertà. Non c’è pace se non c’è verità. Per la verità astratta si sono fatte le guerre, anche di religione, e si sono bruciati gli eretici. Per papa Giovanni la verità era quella dell’uomo, della persona umana in quanto tale, non in quanto bianco, benestante, colto, sano. Dal non riconoscimento del valore della persona umana deriva la mortificazione della giustizia e hanno origine le grandi sperequazioni e disuguaglianze. La pace inoltre si fonda sulla solidarietà, che non è una virtù facoltativa, ma, soprattutto per i popoli più fortunati, un dovere di giustizia. Ultimo pilastro della pace è la libertà.

Ma la libertà di cui continuamente ci riempiamo la bocca non è la libertà in sé, ma la “nostra” libertà: è la libertà della parte più fortunata del mondo, cresciuta per la mancanza di libertà degli altri. Non è un caso che le nazioni più forti ricorrano, per risolvere i problemi, alle soluzioni violente, alle guerre che sono, dice la Pacem in terris, al di fuori della ragione umana. La libertà coincide poi con la non violenza, che non è viltà o quietismo, ma la scelta più autenticamente umana, perché riconosce le ragioni di chi ha ragione, anche dei più deboli, e quindi orienta veramente verso la pace.

L’Enciclica infine descrive il compito che spetta anche alla comunità cristiana: cercare i modi di risolvere i problemi senza la violenza, per essere di aiuto ad un autentico cammino di pace e di libertà per tutti. C’è da chiedersi che cosa resta oggi della Pacem in terris  oltre alla feconda influenza sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes, il documento conciliare che emette una condanna esplicita della guerra?  Successivamente ad essa e negli anni più recenti sono sorte nuove posizioni dei papi nei confronti della guerra, come quella che sostiene la liceità dell’ingerenza umanitaria, fatta valere durante le guerre dei Balcani e in Rwanda, e si assisterà anche ad una progressiva minimizzazione della Pacem in terris, per recuperare la nozione di guerra giusta. Ciò che conta, a mio parere, nonostante i prevedibili rigurgiti di revisionismo, è che la Pacem in terris mostri ancora la sua attualità in quello che potremmo chiamare il “metodo messianico”, ossia il diritto di contestare violenti ed oppressori chiamando a discorso la verità così come essa si mostra nei “segni dei tempi”.

Ed è metodo che chiama a discorso anche la laicità, abbattendo la distinzione tra laico e religioso che è distinzione mirata all’asservimento all’ordine esistente, perché chi vive con spirito messianico non si preoccupa di quelle distinzioni per trarne un vantaggio o un primato, ma unicamente del bene da fare nella verità. Vale a supportare questo assunto il ragionamento del primo papa cui il turbine evangelico aveva rivoluzionato la vita sia civile che religiosa: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto». E chiunque opera per la giustizia non può che essere in costante lotta contro gli operatori di iniquità e di ingiustizia.

Qui si innesta e fiorisce la linea messianica della pace che è pienezza e compimento della giustizia. Perché è la pace che tira fuori la giustizia dalla sua fredda e impersonale nomia, dalla sua rigida postura regolatrice, dal suo disegno delimitante, ponendola in atteggiamento cordiale di riconciliazione amorevole, di reciprocità creativa. Di questa giustizia oggi abbiamo più che mai bisogno, dopo secoli di retorica, per una nuova pace. Dobbiamo comunque continuare ad alimentare la speranza e ad inventarci nuove strategie, perché nonostante tutto il lavoro fatto la pace ci appare ancora vestita di utopia concreta. Non sono da sottovalutare, né da demonizzare, come fa un anacronistico cattolicesimo integrista, gli sforzi compiuti da papa Francesco in questi ultimi anni della nostra travagliata storia proprio in direzione della speranza.

Nonostante la crisi della globalizzazione, lo scontro economico sempre più fragoroso fra Cina, Russia e Stati Uniti, le guerre che costellano il pianeta, i fondamentalismi religiosi con i relativi atti terroristici, le insanabili povertà di tanti popoli che gridano vendetta, la fuga dei migranti dagli inferni dei loro paesi, papa Francesco non dispera di poter riannodare le fila di una fratellanza universale, di una pacificazione planetaria dei popoli. L’Enciclica “Fratelli tutti” è stata chiamata «una nuova Pacem in terris» in cui Francesco lancia il sogno di una rinnovata fraternità tra i popoli e le persone: fraternità religiosa, politica, economica, sociale; un sogno simile a quello di Martin Luther King, il cui nome è citato alla fine accanto a quello di san Francesco, Gandhi, Desmond Tutu, Charles de Foucauld. Un documento che esplicita ulteriormente i temi trattati nel precedente “Documento sulla Fratellanza umana. Per la pace mondiale e la convivenza comune”, del febbraio 2019, firmato ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

Lo approfondisce in tutte le sue implicazioni e lo propone al mondo come l’ideale per il momento presente. Dalla fraternità religiosa può sorgere una fraternità universale, un movimento di pace capace di attraversare popoli e nazioni. In una parte del settimo capitolo il papa si sofferma, poi, sulla guerra: essa non è «un fantasma del passato», sottolinea, bensì una minaccia costante e rappresenta la negazione di tutti i diritti, il fallimento della politica e dell’umanità, la resa vergognosa alle forze del male. Inoltre, a causa delle armi nucleari, chimiche e biologiche che colpiscono molti civili innocenti, oggi non si può più pensare, come in passato, ad una possibile “guerra giusta”, ma bisogna riaffermare con forza: mai più la guerra!

E considerando che viviamo «una terza guerra mondiale a pezzi», perché tutti i conflitti sono connessi tra loro, l’eliminazione totale delle armi nucleari diventa «un imperativo morale ed umanitario». Piuttosto, suggerisce il papa, con il denaro che si investe negli armamenti, si costituisca un Fondo mondiale per eliminare la fame. E poi, ancora un riferimento ai “segni dei tempi” che mostrano chiaramente come la fraternità umana e la cura del creato formano l’unica via verso lo sviluppo integrale e la tanto agognata pace.

Giacomo Marcario

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