Siamo cio che facciamo e non cio che diciamo
Opinioni

Il trionfo della “ecologia sociale”

Noi non siamo ciò che facciamo ma facciamo quello che siamo.

Tra i grandi temi trattati nei salotti culturali del nostro tempo (librerie, biblioteche, centri culturali, cenacoli letterari, premi di poesia e letteratura e chi più ne ha più ne metta) si fa sempre più complesso ed interessante quello sulla correlazione tra la psicologia analitica e l’ecologia sociale.

Una delle riflessioni più gettonate che emerge e guida il dibattito è quella in base alla quale: noi non siamo quello che facciamo, ma facciamo quello che siamo. Sembra un gioco di parole, ma in realtà non lo è. Decodificandola per renderla più semplice essa vuol dire che le motivazioni interiori dominano su quelle esteriori. Indica che quello che facciamo dipende da quello che più profondamente e intensamente crediamo, sogniamo e pensiamo più ancora che da interessi materiali (individuali o collettivi che siano).

Questi “interessi” sono – ovviamente – decisivi. Sarebbe persino assurdo negarlo in un mondo in cui il capitale finanziario può mettere in crisi il sistema degli Stati e il denaro è diventato una specie di divinità per molti. Ma “l’affaire economico” stesso conta soprattutto per l’investimento libidico che innumerevoli persone fanno su di esso, ossia in quanto è una diffusa e profonda fede collettiva. Il feticismo della merce (e più volgarmente dei soldi) è perciò la matrice e non l’effetto del “capitalismo”, diversamente da quello che aveva pensato Marx. In tal caso la fede collettiva determina l’economia, la cosiddetta “sovrastruttura” determina la struttura (invece di dipenderne almeno “in ultima istanza” come ritenevano Marx e Engels).

Tuttavia il risultato di un’impostazione anche non più economicistica giocherebbe sempre a favore del capitalismo, in tal caso con consenso pieno di Freud e a dispetto di Marx, se l’uomo fosse ovviamente ciecamente egoista per natura. Per quanto siano in molti a mostrarsi incerti su questa tesi resta il fatto che l’uomo primordiale vive sempre in noi, in specie nell’inconscio, con pulsioni sue proprie che interagiscono col nostro vissuto. Ci sono infatti pulsioni a monte dell’esperienza, che la preformano. Jung le chiama “archetipi”, “impronte dell’originario”. Questi archetipi innestandosi nella nostra vita individuale e collettiva, alternativamente – in probabile dipendenza da nostri bisogni profondi di tipo vuoi soggettivo e vuoi intersoggettivo emergenti in un dato spazio-tempo – fanno irrompere dall’inconscio “grandi sogni” di significato antropologico, che i popoli e la cultura trasformano in miti.

Se le due parti di noi stessi – inconscia e conscia – collidono gravemente s’ingenera nevrosi, e nel conflitto giungono a distruggersi reciprocamente in vario grado, generando addirittura psicosi (o isteria psicotica). Quello che nella nostra vita corrisponde ai miti vissuti dell’inconscio naturalmente umano (“collettivo”) soddisfa e dura. Ciò che invece non corrisponde a spinte naturali profondamente sentite, cioè ad archetipi e miti connessi, risulta ben presto artificiale e per ciò stesso poco soddisfacente, o addirittura angosciante o disperante. Il successo temporaneo o la successiva degenerazione o disfatta dei nostri progetti più cari, come pure di grandi correnti della storia, ha molto a che fare con tali corrispondenze, o antinomie, tra il vissuto e le pulsioni ancestrali che si agitano in noi.

Soprattutto per questo tanti movimenti rivoluzionari o riformatori sono implosi, avendo preteso di operare contro i miti vivi del nostro inconscio collettivo o di contraddirli impunemente nel modo più grave per troppi anni. Dobbiamo prendere atto che in noi, a priori, a prescindere dall’esperienza, archetipicamente, c’è pure la distruttività umana,  (vedi la guerra in Ucraina) con i connessi “grandi incubi” o “miti mortiferi” ma tutto questo si attiva  quando la via armonica, ossia di accordo tra coscienza e inconscio (e viceversa),e cioè tra il vissuto e i nostri miti più cari, fallisce. Ed è allora  che prende piede quello che in noi non corrisponde all’universalmente umano, all’empatico e all’armonico, ma alla voce della “bestia selvaggia” (vedi sempre la vergognosa   guerra in Ucraina voluta da un solo uomo per assurdi ed irresponsabili giochi di potere e che sta producendo migliaia di innocenti vittime umane, milioni di sfollati, miliardi e miliardi  di danni  alle economie di molte Nazioni soprattutto europee) che pure in noi è sempre latente.

Comprendere le motivazioni interiori, le credenze, i miti prevalenti in un determinato spazio e tempo storico, diventa, allora, la chiave di volta per comprendere e per mutare la storia stessa. Almeno “in ultima istanza”. Dato il nesso forte tra archetipi e miti, di cui si è detto, la correlazione tra miti e politica risulta molto perspicua al fine di intendere la storia e la stessa società di oggi dal punto di vista della “psicologia analitica”. Ciò non significa affatto optare per l’irrazionale “contro” il razionale, per l’inconscio contro la coscienza, per la fede invece che per la scienza, ma comprendere che gnosi emozionale o passionale e gnosi d’intelletto, ragioni del cuore e ragioni della ragione , propensioni dell’inconscio o della pura coscienza, punto di vista dei nostri istinti e punto di vista del nostro intelletto, come del resto amori da un lato e ragionamenti dall’altro, passione e calcolo, fede e logica, arte e scienza, sono piani distinti e complementari in ogni essere umano. Sono piani connessi, rispettivamente al livello “motivazionale” più interiore o a quello “costruttivo” o pragmatico. Sono funzioni chiamate in noi a cooperare, ad armonizzarsi e nell’intenzionalità profonda eventualmente a fondersi.

Tuttavia la ricerca di un modo di pensare, o paradigma, o anche “scienza” che siano in armonia vuoi con la parte emozionale, appassionata, inconscia di noi stessi che con quella cosciente e razionale, calcolante e sperimentale, è stata viva dal panteismo di Giordano Bruno all’idealismo romantico e in specie “oggettivo” di Schelling, e in epoca contemporanea dalla fenomenologia di Husserl alla nuova fisica “ecologista profonda” di F. Capra. Tale ricerca non va scoraggiata, pur vigilando affinchè non si giunga mai a sacrificare né “l’irrazionale” al “razionale” né al contrario. Jung pone al centro degli archetipi, come una sorta di archetipo degli archetipi che sintetizza tutta la vita mentale, quello che egli chiama Sé, inteso come punto alfa e omega della psiche;  di lì – per lui – procede quello che in noi è universalmente umano, e lì, secondo lui, tutto confluisce, comprendendo per ciò stesso la vita al di là del bene e del male.

Il cosiddetto male, la tendenza distruttiva e autodistruttiva, che c’è pure in noi, sarebbe sì – da sempre – da subordinare alla coscienza, ma con la consapevolezza che è un aspetto ineliminabile del nostro essere originario. Il Sé, come vera “arché”, “origine prima”, di tutta la nostra psiche, è percepito o si percepisce come essere in quanto psiche (e viceversa), e per ciò è l’immagine del divino in noi. Ciò non dimostra affatto il carattere ontologico, realmente esistente, del divino in noi, ma solo la presenza del bisogno di esso; istanza insopprimibile e perenne da cui poi il credente o il mistico potranno trarre motivi per la loro fede, ma sempre al di là della scienza che, come Jung dice mille volte, non può e non deve confondere mai ciò che è psichico con ciò che è oggettivo.

La dimensione religiosa, in termini psichici, viene però assunta come punto alfa e omega della mente e per ciò stesso della storia (anche se il divino ha pure un aspetto “demoniaco”, distruttivo e autodistruttivo, da tener a bada e se possibile da armonizzare con la tensione redentiva ed empatica, pur essa forte e latente, e anzi assai più potente dell’altra distruttiva, ove sia attivata). Ogni mutamento profondo, nella vita del singolo come dei popoli, è ritenuto essenzialmente religioso. Tutti i movimenti rivoluzionari, da Cristo al repubblicanesimo di Robespierre e poi di Mazzini, sono stati religiosi o neo-religiosi in modo evidente e dichiarato.

Tutti i movimenti rivoluzionari sono stati, anche quando erano senza Dio come il comunismo da Marx a Lenin (e in modo distorto persino da Stalin a Mao), redentivi, cioè anche loro, malgrado tutto, religiosi. Ma fallita la forma secolarizzata – marxista – dei movimenti redentivi, la religiosità – già “rimossa” da un materialismo preteso rivoluzionario alla ricerca del paradiso in terra – ritorna necessariamente, nella vita del singolo come dei popoli, nella sua specificità. Tuttavia la rinascita del divino, già dato per “morto” da Nietzsche e Marx a Freud e oltre, è positiva e non negativa – non è cioè un mero réculer, sia pure nella speranza di mieux avancer, come nei fondamentalismi, più o meno reazionari, “futuristi del passato”, islamico, cristiano ed ebraico, e a tratti persino induista. I fondamentalismi sono la manifestazione regressiva di un bisogno religioso vero, che ritorna. La vera risposta ad essi non consiste nel negarli, ma nel riprenderne in chiave riformatrice invece che reazionaria l’istanza che li fa purtroppo sorgere.

La guerra tra individui o stati o classi non è la normalità, ma l’eccezione, nella storia. Il divenire sociale registra sempre la competizione degli Stati come delle classi (questo è “vero”), ma questa competizione solo raramente, in circostanze terribili quanto eccezionali, diventa una guerra (generale o civile). La guerra, tra Stati o civile, è l’extrema ratio, cui le persone psichicamente equilibrate si decidono loro malgrado. Si deve perciò promuovere una cultura della pace, che pur non rinunciando mai alla competizione veda la violenza come soluzione estrema, da evitare ogni volta che sia possibile e da interrompere il più presto possibile. Ciò fa di Gandhi, oltre che di Jung, un riferimento imprescindibile, ecologicamente oltre che moralmente e religiosamente motivato, per il pensiero riformatore e rivoluzionario del XXI secolo. L’opzione non univoca e assoluta, ma assolutamente normale e preferenziale, per la non violenza (pur competitiva) vale nella relazione tra gli Stati come tra le classi.

Oltre a tutto è ormai dimostrabile che le lotte dei lavoratori ottengono i maggiori e più durevoli risultati nelle fasi di sviluppo e non di crisi economica del capitalismo, crisi che tanto spesso sono state l’antefatto di efferate dittature (di segno opposto). Non si tratta, però, di andare  ”riformisticamente” d’accordo a tutti i costi tra classi o Stati, anche a scapito di quella che ci pare “giustizia”, ma di comprendere che la competizione, per lo più assolutamente benefica, è in funzione di accordi più avanzati. Dalle stesse grandi crisi economiche si esce “insieme”, tramite soluzioni unitive e non radicalmente conflittuali. Su ciò vanno però evitati gli equivoci interclassisti a tutti i costi. La democrazia sociale, il non avere padroni, erano e restano per noi obiettivi imprescindibili.

Non possiamo e non vogliamo rinunciare al grande sogno “possibile” di un mondo senza padroni né privati né tantomeno di Stato, mondo per noi da preparare tramite il cooperativismo integrale, il controllo dei lavoratori sulla produzione, la partecipazione dei lavoratori agli utili e la cogestione, ma non certo tramite lo statalismo, più obsoleto che mai. Ma questi ideali sono per noi “positivi”, non derivati o derivabili dal “negativo”, ossia non derivabili dalla negazione radicale o addirittura dalla distruzione dell’altro da sé, che è sempre tragica, spesso orrenda e per lo più fonte di immani sciagure, oltre a tutto normalmente liberticide.

La fratellanza ontologica, morale, l’ecologia sociale sno il dato comune necessario, persino in situazioni di inimicizia, e tanto più in situazioni di “normale” competizione sociale. Tale fratellanza ontologica, o naturale, e comunque frutto di salutare empatia psicologica, ci richiama in qualsiasi circostanza, e con chiunque, a non perdere mai di vista il sentimento e la coscienza della comunione umana che ci lega insieme.

Giacomo Marcario

boldomatic.it

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