Filosofia e Giustizia favoriscono il dialogo con la società?
Due eventi luttuosi di rilievo degli ultimi giorni mi hanno fatto riflettere, mi riferisco ai decessi del filosofo Jürgen Habermas e del poliziotto Bruno Contrada.
Entrambi gli eventi mi hanno riportato di colpo indietro di oltre 12 anni, quando per la prima volta mi sono interfacciato con il Diritto Internazionale, la Maison d’Europe a Strasburgo e l’Unione Forense Tutela Diritti Umani in Italia nelle figure di: René Cassin, Guido Raimondi, Michele DeSalvia, Mario e Anton Giulio Lana, Vitaliano Esposito, Roberto Conti, Francesco Crisafulli, Maurizio DeStefano, veri pionieri della Tutela dei Diritti Umani e del Diritto Internazionale a cui aggiungerei, anche, Papa Ratzinger .
La Filosofia e la Fede quali fondamenti del Diritto, un sogno che probabilmente non si avvererà, ma che uomini come quelli citati hanno intravisto come la vera luce in fondo al tunnel che hanno esplorato (ed alcuni ancora esplorano) nella vita di ogni giorno.
E’ quindi ovvio che la comprensione reciproca, frutto dell’emancipazione sociale e della veridicità di ciò che le parti sostengono, auspicata da Habermas, dovrebbero costituire l’humus delle norme poste a base della democrazia, di tal che i cittadini con i loro dibattiti, possano formare una opinione pubblica capace di influenzare il potere politico.
Ma il caso del poliziotto Contrada, iniziato con il suo arresto nel 1992 ha dimostrato che il giusto equilibrio di confronto e conoscenza fra società e potere pubblico non è quasi mai raggiungibile atteso che Contrada, ad esempio, è morto da uomo innocente, per alcuni, e da mafioso per altri.
Si dovrebbe riflettere sul fatto che, comunque, Contrada ha dovuto attendere 23 anni, prima che i Giudici di Strasburgo riconoscessero, con ricorso n. 66655/2013 deciso nel 2015, il suo stato di vittima per violazione dell’art.7 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (C.E.D.U.) che stabilisce il principio “nulla pena sine lege”, pertanto non avrebbe dovuto essere condannato perché “Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale”, per cui l’Italia è stata pesantemente sanzionata.
A questo punto basterebbe Habermas, con la sua filosofica difesa della democrazia liberale, a sostenere l’importanza delle regole condivise, ma il caso Contrada, date le altalenanti pronunce delle Corti: di Appello, di Cassazione, di Strasburgo, poi nuovamente di Cassazione e di Appello in sede di rinvio, ha lasciato la collettività divisa sulla vicenda, dopo oltre 30 anni dalla sua insorgenza, che abbisogna di qualche autorevole riflessione nel merito, come quella espressa durante la lectio magistralis tenuta dal Procuratore Generale della Cassazione (2008-2012) Vitaliano Esposito a molti giovani avvocati, come il sottoscritto, durante il corso tenuto il giorno 8.04.2016 in Roma per l’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani (UFTDU) del Prof. Anton Giulio Lana. Di quella lezione intitolata “La preminenza del diritto nella genesi della C.E.D.U.”, in disparte lo scetticismo che il Procuratore Esposito espresse verso il c.d. “concorso esterno in associazione mafiosa” addebitato a Contrada, mi sono rimasti impressi due concetti fondamentali del P.G. Esposito:
- il primo, <<In ogni questione della vostra vita professionale vi troverete davanti alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (C.E.D.U.) perché non c’é nessuna questione che non debba essere risolta secondo i criteri della Corte di Strasburgo, secondo il rispetto dei diritti fondamentali e il Giudice dovrebbe vegliare acché la propria attività non si risolva nella violazione di quel diritto fondamentale, sia esso di diritto processuale o di diritto sostanziale, che va interpretato alla luce del rispetto dei diritti dell’uomo (…) anche se tutta questa vicenda ha segnato il fallimento di tutta la mia vita, cioé tutte quelle cose che avevo cominciato a dire nel 1981 e che le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione avevano seguito fino al 2007, improvvisamente é scomparso tutto e dunque ci troviamo in questa situazione (…), cioè dobbiamo rivitalizzare il sogno della pace e della legge basata sulla preminenza del diritto come inteso dai francesi (prééminence du droit), dagli inglesi (rule of law) e dai tedeschi (rechtsstaatlichkeit), cioè non del primato della legge quale “dura lex sed lex” espressione di un incontrollato potere sovrano, ma basato sulla sovranità del diritto contro ogni arbitrio >>;
- il secondo, << Dobbiamo discernere fra il bene e il male, fra il diritto vero e il diritto apparente, dato che partendo dalla perdurante antinomia fra legge e diritto, Benedetto XVI nello storico discorso pronunciato il 22 settembre 2011 davanti al Bundestag volle ricordare che Dio concesse al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, di avanzare una richiesta e tutti pensavano richiedesse prebende, successi, ricchezze e cose simili, mentre invece chiese “…un cuore docile, perché possa rendere giustizia al popolo e sappia distinguere il bene dal male”, indicando che la politica deve essere un impegno per la giustizia e creare le condizioni per la pace, senza farsi sedurre dal successo con conseguente contraffazione del diritto e scomparsa della giustizia, in linea con il più icastico motto di Sant’Agostino: “Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” (in De civitate Dei, IV,4,1)>> che riassume l’idea di ricerca del vero diritto in nome della pace.
In conclusione, illuminato dal filosofo Habermas, mi domando: vuoi vedere che aveva ragione René Cassin, professore di diritto civile all’Università di Parigi, Magistrato del Consiglio di Stato francese e prestigioso Presidente della Corte Europea dei Diritti Umani, quando propalava la sua idea (da molti ritenuta impossibile) di una Corte per la Tutela dei Diritti Umani a livello Mondiale?
Ma questa è un’altra storia.
Avv. Donato Milano




