Immigrazione, la strada obbligata, meno retorica, più diritto
L’editoriale di Claudio Cerasa su Il Foglio (perché destra e sinistra non possono dire la verità sull’immigrazione del 31 dic 2025) coglie un punto reale, ma lo piega a una lettura ideologica prevedibile. I numeri dell’immigrazione, oggi, non consentono più a nessuno di recitare il copione del passato. Né alla destra, che ha dovuto abbandonare slogan improponibili, né alla sinistra, che continua a rifugiarsi nel linguaggio delle percezioni. Su questo Cerasa ha ragione. Ma da qui a liquidare la strategia del governo come una rimozione imbarazzata, il passo è corto e, soprattutto, sbagliato.
Se si osservano i dati con freddezza, emerge un’altra lettura possibile. Più scomoda per il racconto progressista, ma molto più aderente alla realtà. Il silenzio sull’immigrazione non è solo un espediente comunicativo. È il riflesso di una scelta politica precisa: spostare la questione dal terreno emotivo e nazionale a quello giuridico e sovranazionale.
L’immigrazione non è un problema risolvibile per decreto interno, né per bravate muscolari utili ai talk show. È una materia che vive di diritto internazionale, accordi multilaterali, cooperazione tra Stati e standard comuni. Continuare a trattarla come un tema di ordine pubblico immiale significa condannarsi all’inefficacia permanente.
In questo senso, la linea seguita dal governo Meloni rappresenta, al netto delle contraddizioni retoriche, l’unica strada praticabile nel medio periodo. Portare la gestione dei flussi sul tavolo europeo, insistere su meccanismi comuni di asilo e rimpatrio, accettare una quota significativa di immigrazione regolare come strumento di governo del fenomeno, non è un tradimento della promessa elettorale. È la sua traduzione adulta in politiche reali.
Il decreto flussi, tanto usato come clava polemica, non è una resa. È l’ammissione che senza canali legali l’immigrazione irregolare cresce, non diminuisce. È una scelta di controllo, non di lassismo.
L’Europa come unico contesto possibile
C’è un punto che l’editoriale di Cerasa sfiora ma non sviluppa. Il Patto europeo su asilo e migrazione, firmato dall’Italia, non è una concessione ideologica. È il riconoscimento che nessun paese di frontiera può reggere da solo l’impatto dei flussi. La cooperazione con l’Unione europea non è una fuga dalla sovranità, ma il suo unico esercizio possibile in questo ambito.
Il paradosso è che proprio un governo di destra ha fatto ciò che per anni la sinistra ha invocato senza riuscire a ottenere: riportare l’immigrazione dentro un quadro di responsabilità condivisa. Redistribuzione, rimpatri coordinati, lista comune dei paesi sicuri. Tutti elementi che richiedono tempo, negoziato e una dose elevata di realismo politico.
Il boicottaggio interno come fattore strutturale
C’è poi un aspetto che nel dibattito pubblico viene sistematicamente minimizzato: il ruolo di una parte della magistratura amministrativa e ordinaria nel sabotare, di fatto, le politiche migratorie del governo. I casi di accoglimento seriale delle domande di asilo con motivazioni copia-incolla non sono folklore. Sono atti che producono effetti concreti sulla capacità dello Stato di governare i flussi.
Lo stesso vale per il cosiddetto modello Albania. Un progetto che incontra interesse e consenso a livello europeo, proprio perché introduce un principio chiave: la gestione extraterritoriale delle procedure di asilo, nel rispetto del diritto internazionale. In Italia, però, viene ostacolato con una creatività giurisprudenziale che somiglia più a un contenzioso politico che a un controllo di legalità.
Qui sta un nodo che Cerasa evita accuratamente. Senza un allineamento minimo tra potere esecutivo e potere giudiziario sugli obiettivi strategici, nessuna politica migratoria può funzionare. E questo vale indipendentemente dal colore del governo.
Il silenzio di transizione
È vero: oggi si parla meno di immigrazione. Ma non perché il problema sia stato rimosso. Si parla meno perché è stato sottratto, almeno in parte, alla propaganda. Il silenzio non è vuoto. È una fase di transizione, necessaria per spostare il tema dal rumore ideologico alla costruzione di regole.
Nel medio periodo, questa scelta è politicamente più matura e operativamente più efficace di qualsiasi slogan. Non è rivendicabile sui manifesti, ma è misurabile nei processi. Ed è forse questo il vero scandalo per una certa area progressista: che una destra, smessa la maschera identitaria, stia facendo ciò che andava fatto da anni.
Non durerà, dice Cerasa. Forse. Ma finché dura, conviene guardarla per quello che è. Non una rimozione. Una normalizzazione forzata. E, nel panorama politico italiano, una rarità.




