Italia e Brasile: una partnership strategica per guidare la transizione energetica con i biocarburanti
Di Renata Bueno, ex parlamentare italiana e avvocata internazionale
L’Europa vive un momento decisivo. La guerra in Ucraina ha messo in luce la fragilità della dipendenza energetica del continente dalla Russia; il Green Deal europeo impone obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione entro il 2050; e la pressione inflazionistica dei combustibili fossili penalizza famiglie e imprese. In questo contesto, il Brasile non è soltanto un partner commerciale: è la soluzione più immediata, scalabile e sostenibile che l’Europa ha davanti a sé.
Il Brasile è già il secondo maggiore produttore mondiale di biocarburanti (dietro soltanto agli Stati Uniti) e il maggiore esportatore di etanolo da canna da zucchero. Produciamo etanolo con una produttività otto volte superiore a quella del mais statunitense e con un’impronta di carbonio fino al 90% inferiore rispetto alla benzina. Disponiamo di 400 milioni di ettari di pascoli degradati che possono essere recuperati per coltivazioni energetiche senza abbattere un solo albero dell’Amazzonia – dato riconosciuto anche nel rapporto della stessa Commissione Europea del 2023 sulla sostenibilità dell’etanolo brasiliano.
L’Italia, da parte sua, si trova in una posizione privilegiata per fungere da ponte tra Brasilia e Bruxelles. Durante il mio mandato alla Camera dei Deputati italiana, ho guidato iniziative che hanno portato l’etanolo brasiliano al centro dell’agenda energetica dell’Unione Europea. Nel 2017 siamo riusciti ad approvare una mozione (la prima in Europa) che chiedeva di aumentare la percentuale di etanolo nella benzina dal 10% al 22% (E22), esattamente lo standard brasiliano. La risoluzione è stata inviata all’allora commissario europeo Miguel Arias Cañete e ha fornito la base tecnica per le successive negoziazioni.
Oggi, sette anni dopo, l’Italia può – e deve – recuperare quel protagonismo.
Primo, perché il nuovo regolamento europeo sui combustibili rinnovabili (RED III) apre un’opportunità unica: entro il 2030, i biocarburanti avanzati (quelli prodotti a partire da residui o colture su terreni degradati) avranno peso doppio nel calcolo degli obiettivi nazionali. L’etanolo da canna brasiliano e il biodiesel di soia e sego bovino si inseriscono perfettamente in questa categoria. L’Italia, che importa quasi il 100% del diesel che consuma, potrebbe ridurre di miliardi di euro la propria spesa energetica semplicemente aumentando la miscela di biodiesel sostenibile dal 10% (B10) al 20% (B20) utilizzando prodotto brasiliano certificato.
Secondo, perché l’Italia possiede il know-how industriale di cui il Brasile ha bisogno. Aziende come Eni, Mossi & Ghisolfi (oggi Biochemtex) e il gruppo Maccaferri hanno già investito o manifestato interesse nelle tecnologie per l’etanolo di seconda generazione (ottenuto da bagassa e paglia di canna). Una joint venture italo-brasiliana per la produzione di biojet (SAF – Sustainable Aviation Fuel) sarebbe strategica: l’Italia dispone di raffinerie inattive che possono essere convertite, e il Brasile ha la materia prima più economica e rinnovabile del pianeta.
Terzo, perché il momento politico è favorevole. Il governo Meloni mantiene un rapporto pragmatico con il governo Lula. Roma comprende che la transizione energetica non può essere ideologica: deve essere economicamente sostenibile e socialmente equa. Il Brasile offre esattamente questo: posti di lavoro nelle aree rurali, riduzioni di emissioni misurabili e sicurezza energetica senza dipendere da regimi autoritari.
L’Italia è già stata pioniera nella Rivoluzione Industriale e nell’energia nucleare civile. Ora può guidare la rivoluzione dei biocarburanti rinnovabili. Non si tratta di scegliere tra ambiente e sviluppo: il Brasile dimostra che è possibile avere entrambi. Spetta all’Italia, con la sua tradizione diplomatica e industriale, trasformare questa possibilità in realtà concreta.
Il XXI secolo non sarà dei Paesi che possiedono petrolio, ma di quelli che sanno produrre energia pulita, economica e rinnovabile su larga scala. Brasile e Italia, insieme, hanno tutte le condizioni per essere all’avanguardia in questo nuovo ordine mondiale.




