Cronaca e Politica

Mafie e infanzia: la battaglia che parte da lontano

Domizia Di Crocco

Quando si parla di mafia, spesso l’immaginario collettivo si ferma alle immagini di boss, affari illeciti e violenza adulta. Ma raramente si riflette su quanto questo fenomeno sia radicato già nell’infanzia, dove si forgiano quei valori che possono portare un ragazzo a scegliere tra la legalità e la strada della criminalità.

In Italia, la legge n. 203 del 2012 ha segnato un passo importante nel riconoscere la necessità di intervenire precocemente nei contesti a rischio, istituendo specifici programmi di prevenzione nelle scuole e nelle comunità più vulnerabili. Non è un caso che negli ultimi anni molte Commissioni Parlamentari Antimafia abbiano dedicato particolare attenzione alle politiche di prevenzione rivolte ai minori, riconoscendo che la lotta alle mafie non può prescindere da un investimento culturale e educativo.

La cronaca recente, con fatti drammatici come quelli emersi nel processo “Dante”, che ha portato alla luce il coinvolgimento di giovani adolescenti in reti criminali, ci ricorda quanto il problema sia attuale e urgente. Bambini e ragazzi, spesso cresciuti in contesti di emarginazione sociale e povertà educativa, diventano pedine di organizzazioni che sanno come manipolare le loro fragilità.

Come pedagogista e insegnante, ho potuto osservare come l’educazione alla legalità debba essere più di una semplice materia scolastica: deve diventare un vero e proprio metodo, un modo di vivere e trasmettere valori che contrastino la cultura mafiosa. Occorre che le istituzioni investano in programmi strutturati, capaci di coinvolgere scuole, famiglie e comunità, perché solo così si può intervenire efficacemente.

È importante anche sottolineare il ruolo delle normative più recenti, come il Decreto Legislativo n. 12 del 2019, che ha rafforzato gli strumenti di protezione per i minori vittime o testimoni di reati mafiosi, riconoscendo la necessità di un approccio multidisciplinare che comprenda non solo la giustizia, ma anche il supporto psicologico ed educativo.

Tuttavia, non basta la legge. Serve una responsabilità collettiva, una presa di coscienza da parte di tutti, dalla scuola ai media, dalle istituzioni locali alle famiglie, per non lasciare soli i ragazzi e per costruire insieme percorsi di riscatto.

In questo senso, l’educazione diventa l’arma più potente per rompere la catena della mafia che si tramanda da una generazione all’altra. Non è solo una questione di repressione, ma di prevenzione culturale e sociale. Solo così si potrà garantire un futuro in cui i nostri bambini e ragazzi non siano più spettatori o vittime di questa realtà, ma cittadini consapevoli e protagonisti del cambiamento.

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