La libertà delle donne spaventa ancora
Di Domizia Di Crocco
Negli ultimi mesi abbiamo ascoltato tante parole sul femminicidio.
Molte giuste, moltissime ripetute per inerzia.
È come se avessimo imparato a memoria un copione: “una tragedia annunciata”, “un raptus”, “un amore malato”.
Le frasi cambiano ordine, ma la sostanza rimane ferma. Sostituiamo i nomi delle vittime, ma la storia è sempre la stessa.
Io sono stanca di questa narrazione che ci assolve tutti.
Perché se una donna viene uccisa ogni tre giorni — come accade in Italia — non è più cronaca: è un sistema culturale. È una certezza statistica mascherata da fatalità.
Ogni femminicidio inizia molto tempo prima dell’arma del delitto:
inizia quando confondiamo la gelosia con la passione,
il controllo con la cura,
la paura con il rispetto.
Quando un uomo mette una mano sul telefono della compagna per “vedere chi scrive”.
Quando una ragazza smette di uscire con le amiche perché “si sa, lui è geloso”.
Quando una donna minimizza uno schiaffo per non rovinare la serata.
Non serve la laurea in psicologia per capire che lì sta già germogliando qualcosa di nero.
Le leggi? Ci sono.
Si sono moltiplicate negli ultimi anni.
Ogni governo ha sentito il bisogno di varare un “piano femminicidi”, di inventarsi un nome forte: Codice Rosso, leggi speciali, commi e controcommi.
Sulla carta, va tutto benissimo.
Nella realtà, il Codice Rosso corre molto meno della violenza.
Immaginiamo la scena:
una donna trova il coraggio — enorme, gigantesco — di denunciare.
Chiede aiuto allo Stato, come le dicono le campagne di sensibilizzazione.
Il giorno dopo è di nuovo in casa.
Con lo stesso uomo a cui ha appena detto: “Tu mi fai paura”.
Forse non servono altri reati.
Forse servono più orecchie che ascoltano — e più cervelli che capiscono la differenza tra un litigio e un pericolo imminente.
E poi c’è la responsabilità sociale.
Quella di tutti gli spettatori silenziosi.
Perché attorno alla vittima c’è sempre un coro di persone che “non avevano capito”, “non si immaginavano”, “sembravano una coppia normale”.
Normale in che senso?
Nella normalità della nostra cultura, l’uomo ha ancora un credito di possesso sulla donna:
ti lascio vivere se rimani nel ruolo che ti assegno.
Non è un’iperbole. È un retaggio.
Una donna libera è pericolosa.
Una donna che dice “no” è ancora più pericolosa.
Una donna che se ne va… imperdonabile.
Ed è in quel punto esatto — nella scelta di rompere una relazione — che il rischio di essere uccise si moltiplica.
Questa non è opinione: è statistica.
Il femminicidio è il modo più brutale che una società ha per punire una donna che si sottrae al controllo.
Andrebbe letto così:
non come una storia di amore finito male,
ma come il fallimento di un intero modello culturale.
Abbiamo ancora la convinzione che l’amore salvi.
Ma l’amore non salva nessuno, se nasce da un’idea di proprietà privata: “sei mia”.
L’amore, quello vero, non chiede permessi per respirare.
A volte mi domando cosa racconteremo a chi verrà dopo.
Perché è troppo facile indignarsi sui social e poi ridere delle battute sessiste al bar.
È troppo comodo celebrare la Giornata contro la violenza sulle donne e poi dare della “esagerata” a una ragazza che dice di sentirsi in pericolo.
Finché il femminicidio resterà un titolo di giornale,
e non una responsabilità collettiva,
continueremo a giocare al tiro al bersaglio con la vita delle donne.
Se davvero vogliamo onorare le vittime — tutte, non solo quelle che finiscono sulle prime pagine — dovremmo fare qualcosa di semplice, ma rivoluzionario:
Crederci prima.
Crederci davvero.
E smetterla di chiamare amore ciò che amore non è mai stato.
Consulta anche gli articoli pubblicati su:
Iscriviti al nostro canale You Tube https://youtube.com/@webtv.A.n.i.m.APS.?si=1LyAvkHl5y-SHVSD




