La competitività non è giusto pagare tasse per “servizi inesistenti o scadenti”
La questione eterna e quindi perennemente attuale della competitività delle PMI ha due tipi di risposte: una interna all’impresa e una esterna. Le due cose non sono così nettamente separate come sembra ma per semplicità espositiva le terremo separate.
Nella ricerca della competitività interna al processo produttivo nessuno più e meglio dell’imprenditore può dare risposte efficaci e in Italia la proverbiale abnegazione dei nostri imprenditori è riuscita a tenere in vita migliaia di imprese NONOSTANTE le politiche poste in essere da Governi e Regioni nei passati anni.
Va detto che il nuovo millennio ha portato grandi novità nelle concezioni maturate nell’ultimo secolo. Le economie di scala santificate nella filosofia fordista (che è stata la madre del capitalismo “grande”, quello ammalato di gigantismo, e del sindacalismo i cui residui ancora scalpitano nelle nostre piazze) ha mostrato i suoi limiti: infatti se è vero, come è vero che l’allargamento della scala produttiva permette di conquistare nuovi mercati, è altresì vero che i clienti più facoltosi vogliono il prodotto artigianale, fatto a mano, secondo metodi tradizionali opportunamente evoluti, naturale, rispettoso di ambiente e paesaggio, espressione di una precisa identità culturale. Quindi nell’abbigliamento come nel cibo, come nell’abitare, come nella mobilità, nel turismo come financo nella comunicazione e nel credito serve un prodotto tagliato “su misura” del consumatore-utente nel senso che per questo tipo di “filosofia” aziendale si è disposti a pagare bene e si è alla ricerca di un prodotto speciale. È il ritorno prepotente della centralità dell’Uomo e del suo lavoro, della sua creatività, della sua insostituibilità e quindi, in una parola sola, della manifattura. I beni massificati vanno bene per le masse meno esigenti e quindi meno facoltose e per le materie prime destinate ad ulteriori processi produttivi.
Questo tema è solo agli inizi del proprio sviluppo ed è una rivoluzione copernicana che va direttamente verso la demolizione del “cuore” del neoliberismo grandindustriale e finanziario vero killer delle identità individuali e collettive senza parlare dell’ambiente.
Poi vi sono le economie esterne. Se si pagano tasse per servizi pessimi o assenti (tanto che financo l’alfabetizzazione primaria degli extracomunitari che stanno entrando nel mondo del lavoro e quindi delle masse di immigrati che sono venuti qui a lavorare per noi, deve avvenire all’interno e a spese dell’impresa!!…) ecco che si capisce che il ruolo stesso dello stato viene posto in dubbio dalla inefficienza e assenza dello stato stesso. Peraltro la elefantiasi del bilancio pubblico per via del ruolo che lo stato si è attribuito, ha dimostrato ampiamente la sua insostenibilità.
Si impone un nuovo principio che le imprese individualmente ed associate tra di loro devono esprimere e sostenere: “non si possono pagare tasse per servizi inesistenti”. Questo concetto va dibattuto e propugnato per aprire una nuova fase. L’impresa che opera ad esempio in zone montane appenniniche o alpine o in isole minori o comunque svantaggiate … non può essere assoggettata allo stesso regime fiscale delle aree maggiormente servite dallo stato in cui grazie alla esistenza di tali servizi si allestiscono fiere, esposizioni universali, olimpiadi, … parimenti non è accettabile che le imprese che beneficiano di soldi pubblici sotto la forma di commesse pubbliche o di aiuti di qualunque tipo debbono avere lo stesso regime fiscale di coloro che invece per scelta o per dimensione (un piccolo artigiano, un piccolo commerciante, un contadino) non prenderanno mai un soldo dallo stato.
La maggiore fabbrica italiana di automobili ha beneficiato di iniezioni miliardarie laddove molte altre imprese hanno solo pagato!!!
Questo trasferimento sistematico, imposto dalla legge, di risorse dal piccolo imprenditore (che così è condannato alla subalternità dimensionale e finanziaria) alla grande impresa non è più tollerabile!!! Grande impresa che scrive essa stessa le norme (cioè le leggi) al punto dall’indurre il governo ad imporre regole anche lavoristiche dannose se non letali per le imprese minori.
Peraltro l’apertura delle frontiere alla importazione di merci da tutto il mondo impone alle nostre imprese di comprimere i costi molto più che nel passato. Quindi il futuro delle PMI passa proprio da questo principio: “non si devono pagare tasse per servizi inesistenti o scadenti”. Grande è in questo la responsabilità passata e futura delle organizzazioni datoriali delle PMI di ogni settore che dovrebbero capire la dimensione smisurata del loro ruolo e sovvertire da subito questa situazione laddove a tutt’ora si odono sul tema ancora solo timidi balbettii.
Infatti tutto ciò significa che l’intero sistema grandindustriale e finanziario si poggia ESCLUSIVAMENTE sulle PMI e sulla loro abnegazione.
Altro punto, oltre a quello fiscale, che tarpa le ali delle PMI è il credito. Non tutti vogliono ricordare che fino alla fine del precedente secolo il costo del danaro era stabilito dall’incontro tra domanda ed offerta di risparmio. Il mercato interbancario stabiliva quindi quotidianamente il livello dei tassi da praticare tra banche; tasso che poi ogni banca adattava al singolo rapporto creditizio. Oggi il tasso è imposto da una istituzione europea che non è infallibile creando così una dittatura nel settore più delicato che ci sia. Senza entrare nel merito del come ci si sia imbattuti in una bruttura del genere e del danno sistemico che questa cosa produce e per rimanere nel ristretto campo delle PMI dobbiamo dire che se quel tasso è scelto per le ragioni statutarie della Banca Centrale e cioè per contrastare l’inflazione e la deflazione … dobbiamo dire che non ottiene il risultato prefissato. Infatti un tasso di interesse valido indistintamente in ogni angolo di una area monetaria di mezzo miliardo di persone con differenze non solo nell’andamento dei prezzi ma anche della occupazione, del reddito, della qualità dei servizi pubblici,…è, sempre e allo stesso tempo, troppo caro per i poveri e troppo basso per i ricchi e quindi se non vogliamo dire che è controproducente, dobbiamo pensare che è una solenne stupidaggine possibile solo ai soliti tecnoburocrati formati da qualche università autoreferenziale.
Questo punto non potrà mai essere compreso appieno dalla singola impresa ed è essenziale per la tenuta della moneta e per il contrasto dello spopolamento della stragrande maggioranza del territorio italiano ed europeo.
Naturalmente abbiamo pubblicato già anni fa le necessarie misure correttive necessarie ma le organizzazioni dei consumatori e delle PMI attendono una qualche improbabile soluzione spontanea mentre gli interessi in gioco sono di tali dimensioni che solo un cataclisma finanziario potrà svegliare gli occupanti delle mega poltrone deputate a questa materia. Nel frattempo e nell’attesa che accada qualcosa, tra spopolamento e denatalità ci stiamo giocando il futuro.
Lasciamo nella penna la questione commodities e, più in generale quella delle materie prime, delle regole del commercio internazionale, del rinnovo dell’europa unita, la burocrazia, l’energia, …che assieme ad altri ancora e ai temi qui accennati, (fisco e credito) andrebbero rivisitati alle fondamenta, ma prima si deve individuare l’interlocutore cui porre le questioni: la politica è totalmente impreparata, la cultura e la ricerca universitaria sono da tempo fuori gioco in quanto interamente asservite -forse inconsapevolmente- al grande capitale, le strutture tecniche pubbliche dei Ministeri sono espressione di questa “cultura” deteriore di cui dovremmo liberarci….cioè: con chi si parla?
Canio Trione
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