La strage mediatica del suicidio assistito
Una vera cultura della morte e non della vita
Michela Cinquilli
Ancora quanti videomessaggi postumi saremo costretti a subire emotivamente, perché nella nostra vita quotidiana è veramente la cultura della morte ad avere il sopravvento e a prendere il sopravvento, come forma di strumentalizzazione politica.Martina Orpelli, Laura Santi e molti altri ancora, di quanti “altri” dovremo ancora leggere sui social e in ogni dove, affinché si riesca veramente a comprendere che la morte è di tutti gli essere umani e che accanto a coloro che mettono in mostra il dolore, forse per combatterlo, ci sono altri centomila casi di silenzi, di cura e di rispetto nei confronti di una morte che non sarà mai “dolce”, ma “dignitosa”. Un dignità che non si ottiene solo recandosi in Svizzera o riescendo ad ottenere il via libero di un Giudice. Un passaggio da un Kronos ad un Kairos.
La speranza cristiana certamente può esserci di aiuto, perché gli esseri umani sono fatti per la vita, non per la morte. La malattia, il dolore qualunque esso sia, va ascoltato, accompagnato, curato se possibile in ogni forma e maniera, nel rispetto della privacy, intimamente, proprio al contrario di quello che sta succedendo nella società del benessere, che ci vuole tutti performanti ed eccezionali, ma incapaci di vederci con occhi veramente umani.
La libertà é veramente spettacolizzare e trasformare in uno show la malattia e il dolore, come per coloro che seguendo lo slogan della Legge Cappato e della Associazione Coscioni stanno continuando a fare? La morte (o suicidio) assistita di giovani donne per malattie degenerative gravissime può solo indurre ad emulare e non a combattere fino in fondo! Una legge dello Stato può veramente garantire la libertà? La vera dignità è la cosiddetta “autodeterminazione personale” ossia il mantra del genere umano? Ne siamo veramente convinti? Perché non proviamo ad entrare nelle case di coloro che sono vicini a malati terminali o psichiatrici o debilitati o in gravissime condizioni di disabilità e comprendere se veramente la cura, l’amore, lo sguardo e l’attenzione siano forse l’unico balsamo dell’anima che permette di affrontare giorno dopo giorno, fino al soffio vitale ultimo? Certamente la libertà della persona di scegliere il “non accanimento terapeutico”, ma nell’anonimato e non nella spettacolarizzazione, è lecita ed ammissibile.
In questi casi la componente psichica fa’ ovviamente la sua parte, accelerando lo stato di sofferenza fisica. La valutazione medica viene sminuita e ridicolizzata da questa moda imperante di fare notizia! I paladini del “fine vita” non sono così attenzionati allo stadio della malattia, bensì dalla personalità del paziente e sicuramente al suo percorso sociale e perché no, anche a quello politico. Mi chiedo quindi, se la strumentalizzazione politica, ha veramente più senso nella nostra società, dilaniata da atteggiamento di individualismo sfrenato e di un politicamente corretto imperante, che urla ai quattro venti, l’importanza di difendere i valori “non negoziabili” o i “diritti civili” per il puro gusto di parlarne, senza saperne minimamente il significato.
Ad ognuno di noi, a seconda del proprio ruolo sociale, spetta la responsabilità dell’agire, nel rispetto dei principi che i nostri Padri costituzionalisti hanno ben cristallizzato nella magna carta, che si chiama Costituzione Italiana, che da sola può illuminarci nelle azioni da intraprendere.
Michela Cinquilli
Docente e Avvocato canonista, membro del CTS Umanesimo ed Etica per una società digitale.
foto Vatican News




