Cronaca e Politica

Reddito di Cittadinanza o Lavoro di Cittadinanza?

di Fabio Alfonsetti

La questione si ripropone in tutta la sua equivocità dopo che il governo guidato da Giorgia Meloni ha voluto sostituire al Reddito di pentastellata memoria due nuovi strumenti, incapaci di risolvere i problemi dell’Italia.

Nell’immaginario della recente storia della politica italiana è rimasta impressa l’esultanza plateale di Luigi di Maio sul balcone di Palazzo Chigi dopo l’approvazione del DEF, il Documento di Economia e Finanza, propedeutico all’esame, da parte del Parlamento, di quella che sarebbe stata la Legge finanziaria del 2019. Il pretenzioso “abbiamo abolito la povertà” fu proferito dai rappresentanti del Movimento 5 Stelle, al governo da alcuni mesi con la Lega, proprio in quell’occasione. Tale documento conteneva due pilastri: il primo, caro a Matteo Salvini, riguardava le pensioni, fissando come requisito la celebre “quota 100”. Tale misura voleva essere una specie di vendetta nei confronti della Ministra del Welfare del governo Monti, Elsa Fornero, quella delle lacrime di ipocrisia (altra scena memorabile nella sua tragicomicità) utilizzate per addolcire la manovra di lacrime e sangue imposta dai melliflui “mercati” non solo ai pensionandi ma all’Italia tutta nel 2012.

Il secondo pilastro, voluto fortissimamente dal Movimento 5 Stelle, forte di un consenso elettorale stratosferico nelle elezioni della primavera del 2018, era il famoso Reddito di Cittadinanza (RdC), col quale ci si proponeva appunto di cancellare ogni traccia di povertà dalla Penisola.

Non compete a questo articolo addentrarsi nelle specificità tecniche di quella misura che, non rivelatasi efficace sul versante della formazione lavorativa per i disoccupati e del loro inserimento nel mercato del lavoro, si è risolta, quasi solamente, su quello assistenziale. Sta di fatto che essa è risultata quantomai divisiva: fiore all’occhiello del governo giallo-verde  guidato dall’autonominatosi “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, avversata fortemente da tutti coloro i quali le imputavano di essere una formidabile, e comoda, alternativa allo sforzo di cercare un’occupazione, coniugabile pure con lo svolgimento di lavori in nero (fra i critici della misura all’epoca va annoverato anche il PD, che ora ne biasima il ridimensionamento, ma che all’epoca pagò elettoralmente il protagonismo sfrontato dei 5 Stelle)

Uno dei punti qualificanti del programma di governo della coalizione di centro-destra, era effettivamente lo smantellamento della misura. Per la Lega il RdC era stato infatti il pegno da pagare sull’altare dell’alleanza con i grillini, per il movimento in forte ascesa guidato da Giorgia Meloni e per Forza Italia un obbrobrio di carattere para-sovietico. Dopo aver vinto le Politiche del settembre 2022, la cautela ha imposto al governo di centro-destra di provvedere piuttosto ad un ridisegno della misura assistenziale, rimasta invariata nella sostanza anche se ribattezzata “Assegno di Inclusione”, per le famiglie al cui interno vi siano fragili, minori o persone con più di 60 anni di età e con un ISEE non superiore ai 6 mila euro annui.

Tutti gli altri nuclei familiari che godevano finora della misura, stanno ricevendo invece in questi giorni, o riceveranno al compimento del settimo mese da loro effettivamente goduto nel 2023,  il famigerato SMS inviato dall’INPS, nel quale si comunica la cessazione del diritto. Per questi nuclei (si ricorda che del RdC poteva godere comunque un solo componente per famiglia) la possibilità è ora solo quella di virare sull’altra misura messa in campo dal governo al posto del RdC, il “Supporto per la formazione ed il lavoro”. Essa consiste nella possibilità di poter richiedere un sostegno economico di 350 euro mensili, per un massimo di un anno, ma solo a partire dal momento in cui si viene inclusi in uno dei corsi di formazione che gli enti regionali predisposti hanno avuto mandato di attivare il più velocemente possibile dal governo. Da qui le vigorose proteste che, soprattutto a Napoli, si stanno in questi giorni registrando fra gli ex percettori del RdC, trovatisi senza nulla in mano da un giorno all’altro.

Questo è il quadro della situazione. Occorre ora svolgere delle considerazioni che prescindono dai particolarismi e dalle beghe politche.

Che il RdC non abbia funzionato a dovere nella parte legata all’inserimento lavorativo dei percettori, o che vi sia stato una percentuale di persone che hanno approfittato dell’assegno per vivacchiare è fuor di dubbio. Ma nulla assicura, innanzitutto, che i corsi di formazione ora programmati nel quadro della nuova misura riescano dove hanno fallito i cosiddetti navigators, immancabile e superfluo anglicismo col quale furono indicati gli addetti degli uffici di collocamento destinati ad aiutare i percettori del RdC.

Ma a parte questo, ci sono questioni più strutturali da considerare, le quali mettono in evidenza tanto le carenze della vecchia misura quanto la portata ideologicamente liberista, fallimentare, di chi l’ha prima aspramente criticata e ora l’ha in parte affossata. Quest’ultima vive nella pura illusione che il settore privato possa infatti assorbire, per magia, tutta la manodopera attualmente inutilizzata o sottoitilizzata. Per di più propone possibilità di occupazione nel solo ambito dei servizi, magari in quelli stagionali, quindi precari per definizione.

Il RdC pur nel suo solo carattere assistenziale, così come lo stesso strumento del bonus edilizio del 110%, hanno invece dimostrato la bontà delle politiche economiche di matrice keynesiana: il primo soggetto che si avvantaggia delle politiche di spesa pubblica è proprio lo Stato, giacché immettendo denaro nell’economia reale si crea in automatico un circolo virtuoso, che gli consente di vedere ripagato in gettito fiscale ed in crescita dell’economia il proprio investimento.

L’ortodossia liberista può solo abbaiare alla luna: abbaia perché vede che una parte di popolazione in difficoltà economica riceve un peraltro modesto assegno mensile, senza rendersi conto o cercando di non considerare il fatto che senza quei soldi quelle persone non avrebbero avuto nulla da spendere, se non in beni di pura sussistenza. Risultato? L’economia che ristagna, il cane che si morde la coda.

Tuttavia, una misura come il RdC, questo va sottolineato, è fin troppo timida per cambiare davvero registro. Essa fu il risultato, va ricordato, di snervanti trattative che il governo giallo-verde dovette intratrendere con l’UE, preoccupata che il governo italiano, tacciato di pericolose derive sovraniste, potesse aprire troppo i cordoni della borsa ed accrescere il già alto debito del Belpaese.

E’ questa in realtà la dimostrazione palstica del fatto che le politiche economiche imposte negli anni dall’UE sono state un concentrato di miopia, se non di pura malafede.

Cosa andrebbe allora fatto? Quello che alcuni hanno chiamato a ragione Lavoro di Cittadinanza.

E qui torna in scena J.M Keynes, col suo celebre paradosso. L’economista inglese sosteneva infatti che invece che lasciare le persone disoccupate, e quindi senza stipendio, e quindi senza possibilità neppure di spendere, fosse preferibile pure far scavare delle buche per poi farle da loro ricoprire.

In Italia il problema non si pone neppure, volendo ironizzare. Abbiamo reti stradali colabrodo e infrastrutture spesso vetuste per gli standard moderni, nonché pericolose per la pubblica sicurezza. L’Italia è il Paese nel quale sono crollati ponti e sono morte per questo persone, non solo a Genova.

Soffriamo di un grave dissesto idrogeologico, figlio in parte della conformazione naturale della Penisola ma in gran parte dell’abusivismo edilizio o della trascuratezza. Solo in questo settore, quello della messa in sicurezza del territorio e della viabilità, vi sarebbero enormi possibilità di inserimento lavorativo per operai adeguatamente formati.

Ma anche altri ambiti potrebbero beneficiare dell’inserimento di nuova forza lavoro, come quello rappresentato dall’enorme patrimonio storico-artistico e dai siti archeologici, che in Italia in alcuni casi sono abbandonati al loro destino o non valorizzati a dovere.

Un governo, a prescindere dal suo colore, che volesse davvero rompere con le logiche di austerità dovrebbe investire senza remore per formare direttamente e direttamente impiegare personale in tutti i settori dove vi sia necessità. Lo sforzo sarebbe ampiamente ripagato dai benefici connessi col mettere direttamente nelle tasche delle persone, e non delle banche, il denaro. Una volta che il sistema fosse messo a regime, parte di quei lavoratori potrebbe pure decidere di spostarsi nel settore privato. Ma la spinta iniziale per vincere l’inerzia in cui ristagna l’economia non può che venire dall’intervento pubblico. Lo si potrebbe fare, se vi fosse la volontà politica, anche con l’euro, lasciando qui da parte l’opportunità o meno di abbandonare la meneta comune.

Il dubbio, che è più di un dubbio, è che manchi completamente questo essenziale pre-requisito.

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