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Una rosa, è una rosa, è una rosa

Editoriale di Daniela Piesco Co-direttore Radici 

“Una rosa, è una rosa, è una rosa”è un verso che voglio gridare soprattutto oggi tutto nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Un verso che  Gertrude Stein  vergò nel 1913 nel suo poema ‘Sacred Emily’ e che puo apparire solo come la constatazione di quello che  un elemento  può essere  in quanto tale,ma , in realtà,  può dare luogo ad una serie di associazioni di immagini e di emozioni  molto diverse e contrastanti .

Il “Roman de la Rose”

E mi ritorna alla mente Il “Roman de la Rose”che è stato uno dei poemi più famosi e apprezzati per tutto il Medioevo dove la rosa è non solo il simbolo dell’amore, ma anche del suo oggetto: la donna.

Il nostro eroe, Guillaume, entra nel giardino di Piacere, un luogo incantevole dove i vari personaggi trascorrono il tempo come potete immaginare in un simile luogo. Specchiandosi in una fontana, Guillaume vede un bocciolo di rosa e, immediatamente, lo desidera: si tratta, naturalmente, di un desiderio del tutto materiale.

Solo che, nell’istante in cui tenta di toccarla, il giovane viene sorpreso dallo Schifo, guardiano del giardino, che lo scaccia con male parole. Inizia quindi una serie di traversie che l’amante, ignorando i consigli di Ragione, intraprende per conquistare il fiore. Alla fine, dopo aver sconfitto lo Schifo, Vergogna, Paura e Castità, Guillaume ottiene la rosa del suo desiderio. A quel punto si sveglia, dato che tutta questa avventura altro non era che un sogno.

Il possesso della rosa..

Ottenere la rosa significa addentrarsi tra i suoi petali, inebriarsi del profumo, della consistenza morbida e pastosa. Insomma, quanto di più carnoso ed esplicito possa venirvi in mente.

Non c’è bisogno, naturalmente, di spiegare l’allegoria. Basta notare che tutti i naturali ostacoli al soddisfacimento del desiderio sono Gelosia, Vergogna, Paura e Castità. Questo fa riflettere sulla modernità dell’opera che, dopotutto, è un incitamento al libero amore. Naturalmente con questo non intendo dire che il Roman de la Rose è un poema femminista, tutt’altro. Prima di tutto la donna è solo l’oggetto del desiderio e non ha mai un ruolo attivo; in secondo luogo, nel testo non sono pochi i consigli su come trattare le donne, e tali consigli raggiungono spesso picchi di sgradevole misoginia.

Ma il Roman de la Rose non è stato il solo a parlare di amore carnale, né tantomeno a servirsi della metafora della Rosa. In particolare, cito una famosissima poesia che, forse, ricorderete dagli anni della scuola.

Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.

Insomma, se non vi è balenato nessun ricordo e avete avuto difficoltà ad orientarvi tra queste strane parole di volgare siciliano, sappiate che Rosa fresca aulentissima è un “contrasto”, ossia un dialogo botta e risposta tra poeta e donna; lui vuole arrivare al dunque, lei finge ritrosia. Alla fine le insistenze del poeta hanno la meglio e la fanciulla si concede.

Ecco dunque che, di nuovo, la rosa diventa un simbolo tutt’altro che romantico: è carnale e piuttosto immediato.

Il sesso senza consenso è una violenza sessuale

Si tratta di un concetto apparentemente intuitivo, logico e senza particolari intoppi. Purtroppo, non sempre è così.
Nel corso del tempo, la violenza sessuale è divenuta sempre più centrale all’interno del dibattito giuridico e sociale di diversi Paesi.

Generalmente, gli Stati affrontano il problema della violenza come un’emergenza, un fenomeno da arginare. Considerare però la violenza sessuale, specialmente contro le donne, come una mera questione emergenziale, di ordine pubblico o di allarme sociale, contribuisce all’aumento di incomprensione sul fenomeno.

La violenza non è un’emergenza: è un problema strutturale, con radici profonde su cui è necessario lavorare tramite sinergie diverse da parte della giurisprudenza, della politica e della società civile. A dimostrarlo sono anche i dati: secondo alcune ricerche dell’Istat, una donna su tre ha subìto almeno una violenza nel corso della propria vita e la stessa cifra è riscontrabile a livello europeo. Il problema endemico della violenza sessuale ha, quindi, bisogno di soluzioni sistemiche.

Violenza sessuale nel diritto internazionale

Il primo strumento giuridicamente vincolante che ha definito la violenza sessuale è stata la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, stipulata sotto l’egida del Consiglio d’Europa nel 2011.

In questa, la definizione di violenza sessuale ha linee meno confuse rispetto al consenso e la definisce come

[…] Una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”.

La violenza, secondo la Convenzione, non è quindi solamente una violenza fisica, ma comprende una sfera psicologica ed economica di cui le donne sono spesso vittime. Non si tratta di una mera coercizione o di un atto violento. In quest’ottica, la violenza viene invece intesa come un problema socio-culturale che non può essere compreso senza lo studio delle strutture sociali, le norme di genere e i ruoli che supporta e giustifica.

Consenso: nel concreto, che cos’è?

Il concetto di consenso non è slegato dalla definizione di violenza sessuale, ma il legame tra i due non è sempre evidente, almeno a livello giuridico.

Nel diritto internazionale, non esiste una definizione univoca di consenso. Un riferimento più esplicito al concetto di consenso però è presente nella Convenzione di Istanbul, che all’art. 36 par. 2 lo definisce la “libera manifestazione della volontà della persona”, tenuto conto del contesto generale in cui ci si trova a darlo.

Alla luce di ciò, l’articolo 36 stabilisce che la violenza sessuale è:

atto sessuale non consensuale con penetrazione vaginale, anale o orale compiuta da una persona con qualsiasi parte del corpo o con un oggetto;
altri atti sessuali senza consenso;
il fatto di costringere un’altra persona a compiere atti sessuali non consensuali con un terzo. “

Questa definizione, seppur non precisissima, fornisce elementi preziosi per valutare cosa costituisca il consenso: è un permesso che si deve esprimere liberamente a qualcuno per intraprendere atti sessuali che riguardano la persona e il proprio spazio.

Sebbene ci sia un esplicito riferimento al consenso come elemento essenziale per avere un rapporto sessuale, la definizione non è sempre chiara.

Il concetto di consenso è molto semplice e intuitivo da spiegare, almeno in teoria.

Per spiegarlo, userò un piatto di pasta.

Supponiamo che vogliate fare un piatto di pasta a una persona. Al momento di mangiare la pasta, la persona potrebbe non volerla più, o potrebbe accorgersi che non era esattamente quello che pensava, decidendo di lasciarla lì. Nessuno potrebbe costringerla a finire il piatto, solo perché inizialmente aveva detto di sì.

Nessuna persona costringerebbe l’altra a mangiare un piatto di pasta contro la sua volontà.

Quando si parla di pasta il concetto è chiaro, ma quando si parla di sesso?

All’interno di un rapporto sessuale, per consenso bisogna intendere il rispetto dell’altro e il rispetto dei limiti fisici e psicologici di ognuno e ognuna.

Pertanto ripetiamolo come un mantra :
il consenso è una scelta che si fa senza pressioni, manipolazioni o senza l’influenza di droghe o alcool.

Il consenso è reversibile: chiunque può cambiare opinione, in qualsiasi momento. Chiunque può cambiare idea riguardo cosa desidera fare in ogni momento, anche se l’ha già fatto in passato o se lo sta facendo in quell’istante.

Il consenso deve essere Informato: si può acconsentire a qualcosa solo se si ha un quadro della situazione. Per esempio, se qualcuno dice che userà il preservativo, ma durante il rapporto lo toglie (pratica conosciuta come stealthing), non c’è consenso pieno.

Ma il consenso deve essere anche entusiasta, al centro deve rimanere la voglia di fare qualcosa, non di rispettare alcuna aspettativa e
specifico ossia dire sì a una cosa (scambiarsi un bacio) non vuol dire aver detto sì ad altre (avere un rapporto sessuale).

Sebbene la situazione appare facile, nella realtà dei fatti non è così

L’uomo moderno nella sua folle corsa verso forme di potere sempre più efficaci e raffinate ha guardato sempre meno alla natura simbolica della sua anima,l’inaridimento che di pari passo ne è derivato ha assunto conseguenze drammatiche sul piano umano.

Complici la cosiddetta cultura che privilegia solo certe qualità dell’uomo a discapito di altre, l’educazione scolastica che ne ha smarrito il valore, la stessa psicologia che, a disagio su questo terreno sottile, preferisce concetti netti al fluttuante ed ambiguo popolo dei sogni e delle fiabe.

L’uomo moderno ha smarrito la pienezza dell’immagine nel vuoto della parola, il rapporto con l’inconscio, il contatto con l’anima, causando a se stesso e al pianeta danni gravissimi e si trova a vivere in una condizione di torpore culturale indotto dai media che ci inducono ad ingurgitare ogni sorta di pietanza.

C’è ancora tanto da fare, sia in termini legislativi che socio culturali. Rendere il concetto di consenso centrale nella trattazione delle fattispecie di reato che violano la libertà sessuale degli individui significherebbe portare, per davvero, l’attenzione sulla consapevolezza dei limiti e della volontà delle persone.

Stabilire che il consenso sia il minimo comun denominatore per qualsiasi attività relazionale e sessuale significherebbe anche eliminare uno stigma sociale antico e vergognoso che ferisce ancora una volta chi ha subito violenza.

Una rosa è una rosa è una rosa .

Perché è così difficile amare? Perché non riusciamo a farci dono, ma vogliamo possedere?Chi non ha risposte si salverà forse con una domanda, se saprà sceglierla bene. Sapremmo
dire chi siamo senza evocare sangue e suolo? La democrazia avrà spazio per la bellezza? Si
può essere potenti insieme, anziché uno contro l’altro?

Non ci sono colpe del passato né pesi nel presente che possano esimerci dal prenderci la responsabilità di sognare il futuro.

Daniela Piesco Co-direttore Radici

Redazione Corriere Nazionale

Redazione Stampa Parlamento 

pH Fernando Oliva

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