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Permacrisis

Editoriale del Direttore Daniela Piesco 

Tutti abbiamo letto che il termine Permacrisis ,coniato nei turbolenti anni ’70, è entrata di diritto nel linguaggio comune quest’anno con il significato di “crisi permanente, senza tregua”.

Condividendo la riflessione di Gennaro Malgieri ,considero ciò, un’ovvietà che forse non aveva bisogno di un termine nuovo e limitativo che sottolineasse le catastrofi continue alle quali siamo, nostro malgrado, sottomessi.

Viviamo costantemente il disagio di quest’epoca caratterizzata da forti contrasti ideologici, culturali, religiosi, in simbiosi con atteggiamenti diffusi di indifferenza, apatia, rassegnazione.

La diagnosi del malessere è resa più acuta dalle involuzioni del pensiero postmoderno la cui complessità fa della crisi dei nostri giorni un travaglio strutturale, esistenziale, totalizzante.

I rivolgimenti contemporanei investono l’intero palinsesto socioculturale e si traducono inevitabilmente in autentica crisi della cultura. Al culto del nulla sancito dal nichilismo subentra sovente il niente di cultura. Al culto del non essere si coniuga l’annichilimento del sapere. All’uomo interiore, che si nutre di valori culturali e spirituali, si contrappone un’umanità assetata di effimero, di emozioni anche violente, ma senza spessore e profondità.

Prometeo, il gigante che voleva farsi dio, si è trasformato in Poliremo, l’energumeno cieco

L’uomo, che brama divinizzarsi, si è accecato con le proprie mani ed ora, privo di riferimenti, vaga sovente per il mondo incapace di visualizzare i punti cardinali dell’esistenza.

E’ una crisi che si sta sviluppando contemporaneamente e parallelamente a vari livelli: crisi ambientale, sovrappopolazione e devastazione dello spazio vitale, uso dissennato delle risorse naturali, inquinamento della biosfera, eventi bellici ripetuti e tecnologicamente sempre più distruttivi, e via elencando.

Più che il neologismo di marca inglese, è più consono definire quel che accade oggi, incominciato molto tempo fa, “crisi di civiltà”(argomento che ho già affrontato in un precedente articolo https://www.progetto-radici.it/2022/08/23/crisi-di-civilta/)

Ma è anche una crisi che ricorsivamente si traduce in una “crisi della cultura” dell’umanità a cui si accompagna una evidente “crisi del pensiero”.

“Potrebbe andar peggio , potrebbe piovere”, diceva il fido Igor al dottor Frankenstein in Frankenstein Junior pochi istanti prima dell’inevitabile diluvio. Più che una battuta, un aforisma, e questo 2021-22 con il suo crescendo orribile , la pandemia, la recessione, l’inflazione, la guerra, il carovita, il riscaldamento globale, il pericolo di un bombardamento atomico ,evoca inevitabilmente quell’aforisma di Mel Brooks.

Come automi senz’anima, attraversiamo le angosce del nostro tempo segnato dallo spossessamento delle ragioni dell’essere e dal dominio della conservazione degli averi

Noi che abbiamo fatto dell’ “avere” un mito, anzi il mito.

Ci aggiriamo smarriti nelle megalopoli confuse, contraddittorie, violente alla ricerca del nulla o, nella migliore delle ipotesi, di un senso al nostro vagabondare. E soffermandoci davanti alle miserie che ci si parano davanti nelle forme più volgari o banali, non riusciamo a cogliere il significato della nostra presenza nel groviglio di indistinte suggestioni che da ogni angolo ci invitano a cedere.

Da qui la crisi che non è soltanto finanziaria, politica, civile, esistenziale. Essa è essenzialmente manifestazione nichilistica della rottura tra l’essere e il dover essere, lo spezzarsi di un sogno su un sentiero improvvisamente interrottosi.

Non si può ignorare il male presente nell’uomo: per dirla con termini cristiani, il peccato originale. Come diceva Pascal, la grandezza dell’uomo va di pari passo con le sue miserie e le sue infermità.

Ma come porre rimedio alla crisi del pensiero?

Se nel recente passato, soprattutto nel periodo della società agricola e contadina , il rapporto persona-natura è stato un rapporto di collaborazione, oggi non possiamo non costatare come esso abbia assunto una configurazione critica, e da più parti è giustamente sentito come un problema etico.

L’agire umano si presenta infatti come causa dei problemi ambientali e allo stesso tempo come luogo e mezzo necessario per la loro soluzione. Ma la crisi ambientale rimanda ad una crisi più profonda che investe la persona umana nella sua interezza, essa è crisi antropologica.

Questa crisi è figlia di una precisa concezione dell’uomo moderno che nella ricerca della sua indipendenza si è autonominato padrone assoluto della natura e del proprio destino

La crisi ambientale è la spia, il campanello d’allarme, di una profonda crisi antropologica in cui l’autocomprensione secolaristica dell’uomo contemporaneo produce una cultura del potere, del dominio sulla realtà naturale, ed esalta l’idea di un progresso guidato totalmente dalla ragione tecnico-economica.

E che, come diceva Michel Serres, dopo aver inseguito i nostri sogni di dominio ora la questione è quella di dominare il dominio.

L’uomo, ancora una volta, si trova ad un bivio: l’alternativa radicale tra l’essere di più e il non essere mai più. Tornato con aria soddisfatta dai «funerali» dell’arte, della filosofia, della religione, è in bilico tra la celebrazione delle proprie esequie e le doglie di un parto nuovo.

Ph Ceci Fabrizio

https://www.facebook.com/fabrizio.keynes

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