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Politica nazionale

L’imprescindibile malinteso

Tentando di ragionare onestamente, senza timore dei propri limiti o dell’ignoranza genitrice del sapere, uno degli argomenti sul quale vale la pena espandere il pensiero è senza dubbio il dualismo onda-corpuscolo.

Nel 1900 il fisico tedesco Max Plank formulò, a partire da dati sperimentali, la quantizzazione della radiazione elettromagnetica, fino ad allora considerata prettamente ondulatoria. Estrapolandone il significato Albert Einstein introdusse il concetto di fotone, figurato come quanto energetico di massa uguale a zero, per rispondere ad alcuni quesiti irrisolti in merito all’effetto fotoelettrico. L’emissione dell’elettrone, da parte della superficie investita dalla radiazione elettromagnetica, fu ipotizzato fosse dovuta all’urto tra particella virtuale, il fotone, con quella materiale, l’elettrone. Gli ottimi riscontri sperimentali promossero la supposizione nell’anno 1905, mandando in stampa la pubblicazione attribuente alla luce doppia natura esistenziale.

Se riflettendo sulla luce molto sembra essere stato chiarito, cosa si può dire del concreto? Per rispondere alla domanda riguardante la natura della materia si è dovuto attendere l’anno 1924, quando il francese De Broglie si chiese se fosse plausibile connaturare a un campo ondulatorio un’efficacia corpuscolare mentre il contrario appariva inverosimile. Così pensando esercitò la teoria del viceversa, associando alla particella materiale la corrispondente lunghezza d’onda, conferendo anche alla materia natura ambivalente. La distanza tra due creste successive della radiazione associata alla particella materiale si dimostrò inversamente proporzionale alla massa, giustificando il motivo per il quale un oggetto qualunque, contenendo un quantitativo di materia sufficiente a far schizzare la frequenza praticamente all’infinito, appare come un qualcosa di fisso anziché l’onda di energia tramite la quale si potrebbe ugualmente rappresentare il suo stato. A sostegno dell’espresso, torna utile l’esempio del microscopio elettronico: sfruttando la natura ondulatoria degli elettroni, cui corrisponde una frequenza maggiore di quella della luce visibile, diviene possibile visualizzare oggetti di dimensioni inferiori rispetto a quelli osservabili per mezzo della luce ordinaria. In pratica, utilizzare la materia, gli elettroni, come fossero onde piuttosto che particelle puntiformi, non solo funziona, ma consente addirittura di distinguere meglio il dettaglio.

L’applicazione dell’astrazione fisica, se da un lato comprova sperimentalmente la doppia natura di luce e materia, dall’altro conferisce alla filosofia il primato dell’idea. Difatti, analizzando la storia del pensiero, il dualismo onda-corpuscolo non risulta essere un concetto originale in quanto già mitizzato in passato dal simbolo cinese Taijitu, figurante i principi Yin e Yang.

In aggiunta, approssimando il pensiero all’area del cerchio il cui raggio, in funzione del contesto storico, ne delimita la frontiera, si capisce come per studiare origine e limite dell’idea sia necessario comprenderne gli estremi diametralmente opposti esaminando i diversi punti di vista.

La domanda sorge spontanea: l’impossibilità di definire un’unica realtà esistente, a causa del dualismo onda-corpuscolo, equivale all’essere ripudiati dalla patria? La finitezza del linguaggio umano, compresa la matematica, consente la formulazione di idee immuni al malinteso?

Il sapere, per essere elaborato e condiviso, viene scisso in simboli finiti tramite i quali il concetto è formalizzato. In assonanza con il dualismo onda-corpuscolo introdotto dalla meccanica quantistica, il simbolo, la parola, il quanto di verbo rappresentante la discretizzazione del campo di forze generato dalla comprensione, scopre che la posizione assumibile è determinabile, come accade per elettrone e fotone, solo in termini probabilistici divenendo motivo di fraintendimento e menzogna.

Ammettere l’impossibilità di ridurre il tutto alle parti o le parti al tutto, significa accettare che la somma di simboli discreti non identifica l’intero. Se le idee fossero funzione dei mezzi espressivi a nostra disposizione potendovisi specchiare completamente, la fantasia risulterebbe finita e l’evoluzione del pensiero ridondante. Con insperato ottimismo, l’interpretazione del linguaggio come artefice del concetto risulta meno probabile rispetto la sua visione speculare dato che il codice, essendo l’abito del pensiero, si riduce a modello dell’idea. Resta però aperto il problema della menzogna, e dunque dell’utilità del ragionamento stesso.

Confermando l’analogia energia-idea, ogni concetto deve presentare doppia natura, continua nello stato latente, discreta in quello cosciente. Come nella cristallizzazione dell’immateriale nuvola elettronica il risultato della visualizzazione è determinato dall’alterazione imposta allo stato imperturbato, la quantizzazione dell’istinto causa il collasso del gruppo d’onde costituenti la conoscenza, rendendola esprimibile in termini finiti, e pertanto condivisibile in funzione dell’errore ammesso.

In un sistema isolato, quale il nostro universo, il guadagno è lo scopo del proposito. Da questa legge naturale discende che qualunque intenzione, compresa la più nobile, deve intendersi dedicata al profitto. Di conseguenza, se la verità è inesprimibile, l’enunciabile, nella migliore delle ipotesi, si risolve in utile menzogna. Ma se l’utilizzo di scarpe troppo strette comporta la comparsa di vesciche talmente dolorose da rallentare l’avanzata rendendo l’intesa completa impossibile da conseguire, l’avvicinarsi alla meta, senza speranza di raggiungerla, deve proseguire sopportando l’inefficienza causata dall’ineluttabile omissione discreta?

Cogliere la realtà, anche solo parzialmente, significa prima di tutto conoscerne le conseguenze, ovvero il futuro, garantendosi il migliore possibile. Il capitalismo pare quindi paragonabile a un processo naturale dell’evoluzione umana, seppur il suo avvenire sembra minato dalla società consumistica la quale, per mezzo della menzogna alimentata dall’imprescindibile malinteso, crea valore, e dunque capitale, anche dove il pregio è assente.

La causa scatenante il processo comunicativo è stato un tentativo, ad oggi riuscito, di preservare l’esistenza umana in quanto stabilità implica prevedibilità anelante immortalità – antitesi del limite – anche a scapito del vero. Non presentando particolari doti muscolo-scheletriche, per sopravvivere dominando i cieli e i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni animale che si muove sulla terra, l’essere umano, in combutta con l’interesse personale generato dall’istinto di sopravvivenza, ha ingenuamente approfittato del principio per il quale se la verità impone il ridimensionamento dell’Io, la bugia ne consente la celebrazione. Nel processo di evoluzione della comunicazione l’equivoco è stato quello di credere che, grazie alla menzogna giustificata dall’inevitabile malinteso, la destinazione divenisse prossima promettendo la trasmutazione dell’Io in Dio tramite l’utopia della comprensione. Confondendo la chiave di volta con l’istinto di sopravvivenza senza ammettere come questi sia in conflitto con il profitto del debole, l’essere umano ha edificato la sua cattedrale intorno all’altare sul quale sacrifica l’onestà intellettuale: se la convivenza sociale non fosse una scorciatoia per ottenere beneficio individuale, avrebbe ancora ragione di esistere? In assenza di guadagno, l’istinto di conservazione tollererebbe indulgenza e perdono?

La risposta, palesemente negativa, deriva dal non essere auspicabile avere in cielo più di un sole, in quanto incompatibile con la vita. Eppure, per definirsi singolarità emancipandosi dalla circostanza, l’individuo dovrebbe manifestare concetti propri, nuovi e autentici. Cosa produce il singolo punto di vista se non l’individuale malinteso in merito all’interpretazione del mondo tramite il quale plagiare la coscienza altrui a proprio vantaggio? La menzogna rappresenta quindi le fondamenta del rapporto civile, a meno che non si ridimensioni l’Io, il cui timore di dissoluzione nel nulla degenera in Ego, divenendo umili servitori del prossimo. Solo praticando il metodo morale, inteso come unica realtà immune al soggettivo interesse personale, la comunicazione potrà ambire a divenire fine in quanto il mezzo di trasmissione prediletto dalla verità non è il simbolo discreto, come nel caso della parola, ma la coerenza dell’Esempio continuo. Amen.

Simone Lattanzio.

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