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Politica internazionale

La parola che passa tragicamente ai missili e ai cannoni

Di Daniela Piesco Vice Direttore Radici 

«Tu stai combattendo per conquistare vantaggi che io non ho mai condiviso né mai condividerò: in quanto donna, non ho patria, in quanto donna la mia patria è il mondo intero».
Virginia Woolf nel 1938.

Più forte nel 1970 Hannah Arendt faceva notare che potere e violenza sono invece uno l’opposto dell’altro:chi non ha potere, ossia non riesce a influenzare i comportamenti degli altri è costretto a ricorrere all’uso della forza.

Pensieri radicali, che guardavano lontano e puntavano al cuore del problema, cioè contro la volontà di potenza che è genesi di tutte le guerre.

Con questo non voglio escludere,in alcun modo, un ruolo della violenza in politica. Non esiste,infatti, istituzione al mondo che non sia difesa da gruppi di armati, né un’istituzione che non sia frutto di un rovesciamento, molto spesso armato a sua volta, della precedente.

Tuttavia questa presenza o minaccia della violenza in politica non rende la violenza sovrapponibile al potere come tale,neanche a quello dello Stato, nemmeno a quello di una superpotenza nucleare.

La parola che passa tragicamente ai missili e ai cannoni

Certamente non è facile coltivare pensieri umani, in questi giorni disumani. Non è facile resistere all’ondata emotiva di una guerra vista e raccontata, minuto per minuto, come un’olimpiade o una maratona elettorale.

È incredibile come, dopo migliaia di anni di progresso scientifico, intellettuale e tecnologico il genere umano si trovi ancora ad essere governato da minuscole e pericolose minoranze, spesso incapaci di comprendere la storia del proprio paese, pur riempiendosene continuamente la bocca.

Ma uno degli errori più gravi che si possano commettere di fronte agli orrori della guerra in Ucraina è decretare una sorta di ostracismo verso la cultura, gli artisti, gli scrittori della Russia in quanto Paese aggressore.

L’invito dell’Università Bicocca a Paolo Nori di “integrare” i suoi seminari su Dostoevskij con scrittori ucraini è solo l’ultima, insensata, rappresaglia culturale che non serve alla “pace”.

Lasciare che chiunque esprima le proprie posizioni

Sarebbe meglio lasciare che chiunque esprima le proprie posizioni: ciò darà più forza a chi le rispetta e molto più valore a chi, pur nella condizione di subire la repressione, come i meravigliosi russi che stanno manifestando in questi giorni, non esita, in nome della libertà di coscienza e di espressione del pensiero, a marciare contro il proprio presidente e a venire arrestato e a tutti coloro, nello sport e nelle arti, che esprimono forte la propria contrarietà al conflitto.

Tale vicenda tragicomica del corso annullato deve servire da esempio circa ciò che occorre evitare.

Per contrastare Putin dovremmo prendere a esempio quanto stanno facendo proprio gli esponenti della cultura russa.

Infatti tra gli studiosi che si sono espressi contro l’invasione, c’e’ l’associazione dei matematici russi o i cinquemila scienziati russi che nella lettera di denuncia del 24 febbraio contro la guerra in Ucraina, hanno attribuito la responsabilità del genocidio,senza alcuna giustificazione,a Putin.

Il nocciolo della questione è : gli scambi culturali tra le nazioni sono un antidoto importante all’ignoranza e alla diffidenza istintiva verso la diversità di cui si nutrono i regimi dittatoriali e aggressivi.

Per quanto riguarda la Russia

Per quanto riguarda la Russia, proprio l’isolamento dagli influssi stranieri in cui la sua classe dirigente è vissuta in epoca sovietica ha contribuito ad alimentare un nazionalismo cieco e violento, perfetto brodo di coltura per la leadership imperialista di Putin.(Andrea Graziosi)

C’è di più. Come ricorda e documenta ampiamente sul nuovo numero de “la Lettura” lo slavista Fausto Malcovati, i grandi nomi della cultura russa sono quasi sempre stati invisi al potere, che li ha osteggiati e perseguitati in vari modi. Vale per il periodo zarista, in cui la censura colpiva duramente la letteratura. Vale ancora di più per quello sovietico, che vide poeti e scrittori fucilati, rinchiusi nel Gulag, costretti all’esilio. Anche coloro che si astennero prudentemente dall’opporsi al comunismo totalitario, come Michail Bulgakov e Boris Pasternak, vissero nel terrore di essere colpiti da un momento all’altro. Vladimir Majakovskij, a un certo punto, scelse di togliersi la vita.

E allora?

Stare fermamente contro Putin, contro la sua lucida follia di tiranno sanguinario: ma non stare contro i russi.

Diffondere senza sosta anche in Occidente, in Italia, le voci dei russi che, coraggiosamente, si oppongono con forza al tiranno: come quelle del poeta Lev Rubinštejn e della scrittrice Ljudmila Petruševskaja.

Perché,come canta Leonard Cohen, «There is a crack in everything, That’s how the light gets in»

Ebbene sì c’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce

Una più approfondita conoscenza della cultura russa permette di non confondere l’anima straordinaria di un grande popolo con la grettezza di una classe dirigente che ne strumentalizza i sentimenti e le sofferenze per consolidare il proprio potere ed estenderne il raggio con l’uso cinico e brutale delle armi.

Inoltre se è giusto, oltre che compatibile con la nostra Costituzione, inviare in Ucraina «equipaggiamenti militari non letali di protezione», e cioè mezzi di difesa e non di offesa, sarebbe invece un grave azzardo mandare armi vere e proprie.

Perché prolungare e aggravare una guerra dall’esito purtroppo scontato, può aprire la strada a esiti che non lo sono per nulla.

A un’apocalisse nucleare per esempio.

La cultura è storia, memoria,dialogo, curiosità e scambio di esperienze

E allora ricordiamo l’Holodomor:lo sterminio di 4.500.000 contadini a causa della carestia provocata da Stalin.

Tra l’autunno del 1932 e la primavera del 1933 sei milioni di contadini nell’URSS furono condannati a morire di fame: quasi i due terzi delle vittime erano ucraini. Quella carestia di proporzioni inaudite non fu dovuta ai capricci della natura, ma venne orchestrata da Stalin per punire i ribelli delle campagne che, in tutta l’URSS, si opponevano alla collettivizzazione imposta dall’alto. In Ucraina lo sterminio dei contadini, il cosiddetto holodomor, s’intrecciò con la persecuzione dell’intellighenzia e con la guerra al sentimento patriottico di un popolo

Sulla base della documentazione emersa dopo il crollo dell’URSS c’è la storia tragica e sconvolgente di come, per volere di un dittatore, sei milioni di contadini furono lasciati morire di fame.

Sullo sfondo solo famiglie che mangiano uno o più dei propri membri, bambini e vecchi moribondi o cadaveri, che ingombrano i marciapiedi, animali letteralmente spariti dal panorama, mangiati o custoditi con le armi in pugno per evitare furti.

Il protagonista del genocidio non si risveglierà dal suo fatuo sogno di potere per cercare un percorso di umanità e aiuto a chi soffre per questo occorre capire che quando un progetto non esiste, è incomprensibile o largamente rigettato, il ricorso alle armi è l’ultima ratio proprio nel senso di massima espressione di debolezza.Disporre di mezzi violenti è utile, nel consesso politico umano, a valle di progetti che vengano compresi o condivisi almeno da una parte rilevante delle persone interessate.

Allo stato attuale..

Allo stato attuale non è chiaro se e quanto a lungo la resistenza ucraina, regolare o irregolare, potrebbe ritardare un’eventuale conquista russa del paese. È invece evidente che ciò che è imprevedibile per definizione, la reazione popolare agli eventi della storia,ha messo già la parola fine alle ambizioni russe in Ucraina, se non persino all’egemonia putiniana a Mosca.

Del resto ” il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si viveFedor Dostoevskij 

Fare cultura non fare la guerra, appunto.

pH Amalia Rodríguez https://www.facebook.com/profile.php?id=10000596293

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